Chiediti sempre il perché. Risposte etologiche sul comportamento equino

Performance e relazione sono spesso messe a dura prova e, molte volte, la causa è la difficoltà dei cavalieri a trovare le risposte ai comportamenti messi in atto dal proprio cavallo. Lo sviluppo e il miglioramento delle sue abilità naturali derivano dal soddisfacimento delle sue cinque esigenze primarie. Arte equestre e gestione quotidiana devono perciò andare in accordo a queste.

Una raccolta delle pubblicazioni dell’addestratrice e tecnico Elena Cammilletti in risposta a molte delle domande che negli anni le sono state poste da cavaliere e proprietari di cavalli.

Spunti e linee guida per analizzare e risolvere problemi comportamentali o comunicativi senza ricorrere a metodi coercitivi.

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I CAVALLI: ANIMALI FORTEMENTE EMPATICI!

I cavalli sono animali in grado di modificare il loro comportamento, sviluppando importanti abilità utili ad adattarsi meglio all’ambiente e trovarne giovamento. Una di queste, è la capacità di interpretare e sentire nel profondo lo stato d’animo altrui e di mettersi nei panni degli altri. Sono perciò animali fortemente empatici.

Fermo restando che, essendo mammiferi, rientrano in quella categoria di animali in grado di provare emozioni (paura, tristezza, gioia, disgusto, ecc.), i cavalli basano le loro relazioni su legami sociali mossi da una componente emotiva molto forte. Oltre ad essere in grado di riconoscere le emozioni degli altri, sono capaci di sperimentarle sulla loro pelle.

Le emozioni sono complesse e anche nel cavallo coinvolgono meccanismi fisiologici e neuronali, nonché motivano alcuni cambiamenti comportamentali.

L’empatia è un meccanismo emozionale e cognitivo innato, ed è la capacità di entrare in connessione con un altro essere vivente, appartenente o meno alla stessa specie, e di condividerne lo stato emotivo. Ogni individuo ha una capacità empatica propria, più o meno sviluppata.

Per il cavallo, e non solo, costituisce un automatismo vantaggioso: comprendere lo stato d’animo altrui gli permette di attuare dei meccanismi utili alla sopravvivenza.

Un cavallo è in grado di riconoscere le emozioni provate da un suo compagno osservandone le espressioni facciali e corporee.  Quando osserva un suo simile e ne comprende il suo stato emotivo, scatta nella sua testa un modello comportamentale analogo, grazie a quelli che la scienza chiama “neuroni a specchio” (gruppo di neuroni che si attivano nel momento in cui si osserva passivamente un altro soggetto, ancora prima che venga coinvolta la mediazione cognitiva).

Ma in fondo, se ci pensiamo bene, questo accade anche a noi: basta guardare l’espressione del nostro partner equino e il suo atteggiamento per capire se ha paura, se è nervoso, se è aperto nella comunicazione oppure preferisce evitarci.

Comprendere il suo stato d’animo e accettarlo, senza ovviamente essere condizionati dalle nostre emozioni e/o umanizzare troppo, è la base per creare una relazione.

L’animale (e l’uomo) empatico attua dei pattern (modelli) comportamentali quali:

  • Desiderio di migliorare la condizione dell’altro: comportamenti analoghi a questa definizione li si vedono negli “alleati” (cavalli che offrono igiene e protezione ad altri, migliorandone così la quotidianità e la posizione gerarchica).
  • Solidarietà: attitudine ben presente nel branco; il “bene comune” viene prima di qualunque cosa.
  • Soccorso mirato: lo stallone dell’harem, per esempio, difende il branco da minacce esterne.
  • Consolazione: a seguito di un forte stress i cavalli cercano consolazione in coloro che reputano “figure di rifermento” (il puledro con la mamma, per esempio).
  • Contagio emotivo: le emozioni nel branco vedono coinvolti sempre più soggetti.
  • Cure parentali.

Empatia intraspecifica e relazioni sociali tra conspecifici

Alla base di qualsiasi relazione, più o meno profonda, vi sono dei meccanismi empatici legati alle emozioni che, se positive, faranno da collante sociale.

Nel regno animale l’empatia è legata all’organizzazione sociale, ovvero più un animale è solitario ed indipendente minori saranno i comportamenti empatici.

Quando ai cavalli viene lasciata la possibilità di convivere insieme ai loro simili, quindi di socializzare, creano dei legami, alcuni molto profondi, nella quale è possibile vedere tali comportamenti.

Le cure parentali rientrano perfettamente nei comportamenti empatici. La giumenta, infatti, dovrà percepire le esigenze del suo piccolo, al fine di soddisfare i suoi bisogni. Il puledro, a sua volta, comincerà a manifestare comportamenti empatici non appena avrà consapevolezza degli altri.

Uno degli atteggiamenti che mi ha maggiormente colpito nell’osservazione del branco è il quello “consolatorio”: la sensibilità con cui un compagno presta attenzione alle emozioni di un altro, magari spaventato da uno stimolo esterno o “frastornato” da una discussione gerarchica non finita benissimo, è meraviglioso.  Tra i riti sociali utili a tale scopo rientra il grooming (nello specifico il mutual grooming, che vede coinvolti più soggetti). Il grooming, fatto tra soggetti solitamente appartenenti allo stesso rango e/o legati tra loro da un sentimento di amicizia, è utile e fondamentale dopo momenti di forte stress: si è notato infatti che conseguenza piacevole del grooming è la riduzione del battito cardiaco.

Empatia interspecifica

I cavalli, oltre a essere molto abili a riconoscere gli stati d’animo dei loro compagni, riescono a farlo anche con noi umani. Si è dimostrato che riconoscono le nostre espressioni facciali e corporee e ne attribuiscono uno specifico significato. Probabilmente nell’evoluzione della specie hanno sviluppato questa abilità per anticipare le mosse dell’essere umano: non dimentichiamo che, nonostante siano animali domestici e accolti nelle nostre famiglie, sono pur sempre prede!

Le reazioni, poi, al nostro stato d’animo dipenderanno dal tipo di rapporto che siamo riusciti ad instaurare con il nostro partner equino.

Se il nostro cavallo, per esempio, ci percepirà sempre nervosi e frustati è probabile che modificherà nei nostri confronti il suo comportamento, diventando a sua volta irrequieto perché condizionato dalle nostre emozioni. Al contrario, mantenere un atteggiamento sereno e tranquillo, porterà il nostro partner equino a rilassarsi in nostra presenza o in presenza di stimoli esterni.

I cavalli ci sanno leggere l’anima e spesso si affidano a quella.

Provare emozioni negative, come per esempio la paura o sentirsi costantemente nervosi, comporta nel cavallo un grande dispendio di energie. Cambiando ambiente o semplicemente se il nostro cavallo instaurerà relazioni con soggetti più tranquilli, probabilmente capirà che è più conveniente e vantaggioso adottare questo atteggiamento. Certo è che l’ambiente e una gestione volta a soddisfare e rispettare le esigenze fisiologiche porta i cavalli ad essere tranquilli e sereni, ma anche le relazioni che instaura il nostro partner equino svolgono un ruolo determinante, che siano con conspecifici o eterospecifici.

C. Darwin disse “L’empatia per il più piccolo degli animali è una delle più nobili virtù che un uomo possa ricevere in dono”. Dovremmo tutti permetterci il lusso di essere empatici, senza aver paura di risultare troppo emotivi.

Solo così le scelte che faremo e i comportamenti che decideremo di avere nei confronti dei nostri partner equini mireranno ad evitare il più possibile di provocargli sofferenza.

© Elena Cammilletti

I MAESTRI- LA STORIA DELL’ARTE EQUESTRE

Ho sempre sostenuto che l’equitazione è un’arte e come ogni arte richiede tempo, lunghe attese, preparazione e tanti, tantissimi sacrifici. L’arte equestre è il risultato di menti eccelse e di eccellenti cavalli. Come vedremo nelle slide sono diversi i maestri che si ricordano, ma in fondo nemmeno poi così tanti se stiamo a contare gli anni.

Un excursus su quelle che sono state le varie scuole di pensiero, i maestri e i metodi. Non voglio condizionare il pensiero di nessuno, ma questa ricostruzione storica, a me personalmente, ha dato materiale su cui riflettere! La cultura equestre è generalizzabile e dovrebbe essere conosciuta da tutti, i metodi poi possono essere parzialmente o totalmente condivisi, oppure non condivisi affatto.

Le nostre menti, però, dovrebbero sempre restare aperte alla conoscenza.

Disponibile il pdf delle slide del video

©Elena Cammilletti

Rollkur: la cattiva equitazione.

Rollkur: la cattiva equitazione.

Nel 2008 la FEI definisce questa “tecnica” addestrativa come un “abuso mentale” messo in atto nei confronti del cavallo.
Per quanto ancora incomprensibilmente sono aperti dibattiti sulla nocività o meno di questa “pratica”, il rollkur (incapucciamento, iperflessione) avviene quando il cavallo montato curva il collo e la testa fino ad arrivare (anche) a toccarsi il petto con la bocca e il naso. Provocato dall’utilizzo innappropriato di imbocature, redini elastiche, di ritorno, ecc., nonché da una mano “pesante” di un cavaliere che non ricerca di certo la leggerezza.
Un’ esegerazione nel gesto atletico vista di buon occhio e condivisa da cavalieri che, probabilmente, ben poco sanno del benessere e della buona equitazione.
Oltre a creare un evidente danno fisico al cavallo (lesioni alla bocca, danni alle vertebre cervicali nello specifico all’atlante ed all’epistrofeo, compressione del midollo spinale, contratture di vario grado,ecc.); il danno é anche a livello mentale.
Il rollkur inibisce, o meglio riduce, la possibilità di utilizzare uno dei sensi più importanti per il cavallo: la vista. Il campo visivo é notevolmente ridotto. Un cavallo che non é libero di utilizzare i propri sensi é, e resterá sempre, un cavallo insicuro, nervoso e non collaborativo, anche se apparentemente performante.
Studi riportano, inoltre, una elevata incidenza dello sviluppo di stereotipie in cavalli che, montati, mantengono questa posizione innaturale del collo e della nuca. Perché? Perché il rollkur causa un enorme stress nel cavallo e i comportamenti aberranti o steriotipati sono il risultato a lungo termine di questa condizione psicologica ed emotiva dell’animale, che sfoga in questo modo la sua frustrazione.
L’arte equestre é ben altro.
Elena Cammilletti

LIBERTY HORSE TRAINING: UN “GIOCO” INDISPENSABILE PER LA RELAZIONE CAVALLO-UOMO

Il gioco racchiude in sè tutte quelle attività legate all’esplorazione e alla comunicazione.

Il cavallo è un animale sociale, gerarchico, che attraverso le interazioni sociali (riconducibili anche ai momenti di gioco) apprende specifici comportamenti: impara a distinguere ciò che può fare e ciò che non deve fare. Non solo, sono proprio queste opportunità relazionali che permettono al cavallo di migliora le sue naturali abilità (motorie, cognitive ed emotive).

Alcuni definisco il lavoro in libertà  un’attività “ludico-ricreativa”, di scarso spessore, volta a coloro che si vogliono semplicemente “dilettare” con il cavallo.

Nella realtà è un’attività molto complessa, che si basa su importanti teorie dell’apprendimento, volta ad educare non solo il cavallo, ma anche i cavalieri che la praticano!

É quindi, in questo solo ed unico senso, che chi fa lavoro in libertà gioca con i cavalli!

person s hand touch horse nose

L’ABC DEL LIBERTY TRAINING: requisiti minimi ed equipaggiamento

Partiamo con l’elencare i requisiti minimi per iniziare ad allenare il nostro cavallo al lavoro in libertà.

  • Conoscere l’etogramma del cavallo (conoscere e saper riconoscere i comportamenti e i segnali che il cavallo manda)
  • Avere un buona padronanza del proprio corpo e delle proprie emozioni
  • Avere molta, moltissima pazienza
  • Saper essere un buon leader (e quindi aver sviluppato importanti abilità comunicative e tecniche)
  • Saper motivare il proprio partner equino
  • Sapersi guadagnare la sua fiducia

Equipaggiamento per iniziare:

  • tondino o arena, per iniziare è meglio uno spazio circoscritto
  • capezza e lunghina (a portata di mano)
  • stick (o frustino da dressage), strumento utile a mantenere la distanza, toccare il cavallo nelle diverse aree e spostarlo.

DOMANDE FREQUENTI:

  • CHE COSA è IL LAVORO IN LIBERTA’? Il lavoro in libertà è un’attività nella quale il cavaliere fa delle richieste da terra al cavallo, senza l’uso di  finimenti, capezze e lunghine, ecc.
  • DOVE SI SVOLGE? Ovunque, ma all’inizio è meglio sviluppare l’attività in un campo circoscritto, come un tondino. Questo permetterà a noi e al cavallo di avere tempi di risposta/reazione più corrette.
  • QUALI SONO GLI OBBIETTIVI? L’obbiettivo principale del lavoro a terra è quello di migliorare la relazione con il partner equino, educarlo e migliorare, tramite il gioco, le sue abilità naturali (cognitive, motorie ed emotive). Migliorando abilità e dialogo, ad averne un enorme beneficio è anche la performance.
  • QUANTO TEMPO CI VUOLE PER OTTENERE RISULTATI? La fretta è cattiva consigliera e, in questo caso, controproducente. Il lavoro il libertà è il risultato finale di un lungo percorso di comunicazione e addestramento. Non c’è un tempo prestabilito: bisogna dare il giusto tempo al cavallo per imparare (rispettando il suo ritmo).
  • IL LAVORO IN LIBERTA’ è SOLO IL RISULTATO DI UN BUON RAPPORTO TRA CAVALLO E CAVALIERE? No, è il risultato di un lavoro corretto di educazione e addestramento, ma senza “relazione” (e tutto quello che implica, che vedremo successivamente) che lavoro in libertà sarebbe?

DUE TIPOLOGIE DI LAVORO IN LIBERTA’

herd of horses on grass field
  • La prima è una tipologia di lavoro in libertà che parte fin da subito. Il cavallo non conosce i finimenti e non è mai stato condizionato dall’uso di essi.
  • La seconda è una tipologia di lavoro in libertà eseguito dopo aver condizionato il cavallo a rispondere alle nostre richieste (seguirci, andare indietro, ecc.) tramite l’azione di lunghine o altri finimenti.

Sono entrambe due modalità corrette, ma se scegliamo di interagire con un cavallo che non è mai stato condizionato neanche alla capezza e lunghina, è necessario comprendere le difficoltà e i rischi a cui potremo andare incontro. É fondamentale che si abbiano le basi della comunicazione (o linguaggio) equina, che si sappia riconoscere ed interpretare nel modo corretto i segnali lanciati dal cavallo o dai cavalli (se in branco) e che si riesca a prevedere le conseguenze delle nostre azioni, sapendo gestire al meglio le situazioni che si potrebbero presentare, in totale sicurezza.

É IMPORTANTE SAPERE CHE:

  • il cavallo è un animale gregario e gerarchico: il cavallo per sua natura necessità “dell’altro” e sviluppa tutte le sue relazioni sociali attraverso un sistema gerarchico, se non è il leader ha bisogno di averne uno.
  • il 99% del suo modo di comunicare è attraverso il corpo
  • è una preda per tanto non pensa in modo diretto, va a risparmi energetico, attua comportamenti (quando si sente in pericolo) di fuga o lotta (fight or flight) e fa esattamente l’opposto di ciò che vorrebbe un predatore.

RELATIONSHIP: le 3 regole d’oro del Liberty Training

1) DIVENTA IL SUO LEADER

Il cavallo ha bisogno di un leader, che nei cavalli corrisponde a quel soggetto (solitamente la femmina più anziana) che emana affidabilità, esperienza, coraggio, forza di volontà. Attraverso una sorta di particolare magnetismo riesce a mettere a suo agio e far sentire in sicurezza l’intero branco. Non solo, è in grado di prendere decisioni per il bene comune.

Il nostro cavallo si aspetta questo da noi. Affinché ci riconosca come un leader è necessario dimostrare una certa (reale) forza interiore. Nella relazione uomo-cavallo, il cavallo necessita di ricevere da noi delle indicazioni.

Dobbiamo essere in grado di trasmettergli regole semplici, chiare e coerenti! Se senza costrizioni, coercizioni e stress, riusciamo ad essere accettati come leader, oltre ad esserne particolarmente felici, dobbiamo essere anche consapevoli della responsabilità che ne deriva.

2) SII IL SUO “LUOGO SICURO”

Un modo per guadagnarsi la fiducia del nostro partner equino è quello di liberarlo dalla paura e dallo stress! 

Paura e stress sono una condizione fisiologica naturale perché legate all’istinto di sopravvivenza, ma se in eccesso (alimentate da noi o dall’ambiente in cui il cavallo vive), causeranno lo sviluppo di importanti patologie comportamentali.

Come afferma un grande uomo di cavalli: “non sono sufficienti carote e biscottini”. Il cavallo ricerca principalmente la sicurezza e se noi siamo in grado di dargliela, attraverso una corretta comunicazione, senza forzature, ecco che riusciremo facilmente ad arrivare al loro cuore.

3) RISPETTARE I SUOI TEMPI ( CHE SPESSO NON CORRISPONDONO AI NOSTRI!!)

É importante dare al nostro cavallo il tempo di imparare. Il ritmo? Sarà lui a dettarlo! Le nostre aspettative e i nostri desideri non devono trasformarsi in noiose e stressanti ripetizioni.

LA PRATICA: esercizio base

Gli esercizi da eseguire nel liberty training sono davvero tantissimi e tanto dipende anche dalla creatività e dalla sinergia del binomio. Per lavorare in autonimia nel liberty trainig (ricordo che il cavallo lavora in totale libertá) é necessario avere già esperienza nel campo equestre e nella comunicazione, nonché avere delle buone basi di conoscenza sul comportamento equino. Ma, se seguiti da un professionista, possiamo iniziare a praticare degli esercizi base proprio per sviluppare esperienza, abilità e conoscenza che ci porteranno, nel tempo, a condurre un corretto lavoro in libertá. Inizialmente potremmo avvalerci dell’aiuto della capezza e della lunghina, o di campi circoscritti ( come un tondino). Una volta che il lavoro sará ben interiorizzato, allora possiamo metterci alla prova in totale libertá.

Un primo esercizio che potremmo chiedere al nostro cavallo é quello del “body language”. Attraverso la postura e la prossemica possiamo lanciare diversi segnali, facendo così delle specifiche richieste. Inoltre, grazie a questi esercizi, imparemo ad utilizzare il nostro corpo comunicando (cioé nella maniera corretta). Ecco alcuni esempi di body language:

  1. ” Ti propongo di non fare niente”: fermati di fronte al tuo cavallo a una distanza di circa 1,5m. Mantieni una posizione neutrale, datti il tempo di pensare e di respirare lentamente. Mantieni le tue spalle e la tua testa leggermente in avanti, completamente rilassate. In questo modo stai insegnando al cavallo a restare vicino a te, in tranquillità. Ricorda che il cavallo ha come istinto principale quello della fuga, se non si sente a suo agio si allontanerá da te.
  2. “Ehi, sto per chiederti di fare qualcosa. Prestami la tua attenzione!”: alza la tua energia. Inspira profondamente e solleva la testa. Apri le spalle e aumenta “la tensione” del corpo. Stai dando un segnale di allerta, stai chiedendo cioè al tuo cavallo di alzare la sua energia e di “attivarsi”.
  3. “Segui le mie richieste”: aumenta lo spazio (bolla prossemica) che c’è tra te e il tuo cavallo. Come? Respira profondamente e tira in fuori il petto. Testa alta ed occhi negli occhi con il cavallo. Stai chiedendo al tuo cavallo di accettare che sia tu a prendere il controllo della situazione, stai stabilendo una gerarchia.                   
  4. “Fai qualche passo indietro”: se la postura mantenuta nel punto 3 non è sufficiente, chiedi al tuo cavallo di fare qualche passo indietro. Ci sono diversi modi per farlo. Puoi avvalerti della capezza e della lunghina (per una prima fase di condizionamento preparatoria al liberty training), creando ritmicamente delle leggere pressioni sul naso; o semplicemente utilizzando il tuo corpo (spalle e busto in avanti, facendo dei passi in avanti). La richiesta di spostamento e il relativo successo fa si che il soggetto richiedente sia gerarchicamente di grado superiore.   Il grado di intensità? Dipende dalla risposta del partner equino.                                                                                         

Personalmente mi avvalgo del lavoro in libertá anche nel complesso percorso della rieducazione comportamentale di alcuni cavalli, oltre che per l’educazione dei puledri. Risulta essere, quindi, un importante aiuto educativo e rieducativo.

Il liberty training  (possibile step successivo del lavoro a terra condizionato, dove agiamo per mezzo di strumenti e/o finimenti) è molto articolato e complesso, richiede molto tempo e costanza, ma i risultati che si possono ottenere sono davvero eccezionali.

Questi sono solo alcuni spunti di riflessione che, se presi nel modo corretto, ti apriranno la strada ad un’ equitazione sana e appagante: quella dalla parte del cavallo! Buon lavoro… In libertá!

                     ©Elena Cammilletti                                                                                                                 ©Elena Cammilletti                                                                                                                                                     

NON PERDERE IL CORSO “LIBERTY HORSE TRAINING: CONDURRE NOI E IL NOSTRO CAVALLO AL LAVORO IN LIBERTA’.” 20 MARZO 2022, PRESSO IL CENTRO EQUESTRE LUNA BLU & CAVALLINATURA.

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LO SAPEVI CHE ANCHE I CAVALLI SOFFRONO IL SOLLETICO?

Sensazione cutanea risvegliata dal contatto lieve e ripetuto di oggetti leggerissimi sulle parti più sensibili del corpo, accompagnata spesso da riflessi e reazioni difensive intense“_definizione di solletico

Ebbene si, sembrerà strano ma anche i cavalli come gli altri animali (umani compresi) soffrono il solletico, ma ahimè loro non ridono! Il Flehmen, o erroneamente chiamato “sorriso equino”, non corrisponde a quello che noi  interpretiamo come “sorriso o risata”. Questa reazione del labbro superiore è un comportamento sociale utile a incanalare gli odori attraverso l’uso di particolari ghiandole olfattive.

Solitamente si pensa al solletico come a qualcosa che suscita ilarità e divertimento, ma non tutti gli animali “ridono” o associano quella sensazione a qualcosa di “fastidiosamente divertente”!

É interessante però sapere che ci sono alcuni animali, come i primati e i ratti, che invece reagiscono esattamente come alcuni di noi al solletico: ridono! La scienza lo ha dimostrato grazie alle conclusioni di Darwin nel 1872 e Jaak Panksepp qualche anno fa.

Curiosità…Vi è capitato mai di toccare delicatamente sotto la pancia del vostro cavallo e questo inizia a muoversi o a tirare calcetti? Spesso cavalli con pelle e manto sottili (per razza, stagione o tosature), o giovani cavalli non abituati al contatto, al tocco lieve o ripetuto reagiscono mostrando i classici segnali “di fastidio”. É importante sapere che sotto la pelle vi sono moltissime terminazioni nervose, che quando vengono stimolate attraverso il contatto con l’epidermide, generano dei riflessi involontari. Il tocco legato a ciò che definiamo per solletico equivale per loro a sentire un insetto che si posa sul corpo. Non scapperanno, ma si dovranno “scrollare di dosso” il fastidio. Cercate di capire quali sono per loro le aree particolarmente sensibili e trovate il giusto modo di toccarle. Ricordate che ogni cavallo é a sé e generalizzare, sopratutto in questo ambito, non va mai bene.

A volte a fare la differenza può essere la scelta del materiale di una spazzola, altre volte il saper regolare l’intensitá di tocco su quella specifica area. La scelta di rimproverare o punire il cavallo, anche in questo caso, non é una scelta saggia. Punire riflessi incondizionati non farà altro che portare il cavallo a manifestare antipatici segnali antagonistici. Optate sempre per la buona educazione, per non dover ricorrere poi alla “ri-educazione”.

©Elena Cammilletti

CAVALLO E CANE: UN LEGAME PRESO IN CONSIDERAZIONE ANCHE DALLA SCIENZA.

Lo sapevi che tra cane e cavallo si possono creare dei legami eccezionali?

Ebbene si! Anche se molto diversi, hanno una struttura cognitiva tale per cui, tra i due, si creano dei segnali comunicativi ed affiliativi molto singolari.

Studi recenti, portati avanti dall’etologa E. Palagi, riportano che cane e cavallo arrivano addirittura a giocare insieme e che riescano, con una velocità impressionante, a imitare le espressioni facciali l’uno dell’altro (mimica facciale rapida).

Come è possibile che un predatore e una preda riescano a creare dinamiche di gioco? Ma soprattutto come fanno a muoversi in sincronia?

É stata, per l’appunto, l’osservazione di movimenti sincronici a suscitare interesse nei ricercatori. Anche se non è ancora stato spiegato a fondo il motivo che spinga questi animali a giocare, non dimentichiamoci che cani e cavalli fanno parte della stessa classe animale: sono entrambi mammiferi, con una struttura cognitiva molto sviluppata, il che rende la comunicazione possibile ed efficace.

LA RICERCA: è stato richiesto a degli studenti di ricercare su youtube dei video in cui vi erano cani e cavalli che, secondo specifici criteri, sviluppassero delle attività ludiche per più di 30 secondi. In poco più di un anno gli studenti hanno selezionato 20 video. L’obbiettivo prefissato era quello di ritrovare esempi di mimica facciale tra le due specie. Nei video le sessioni di gioco duravano circa 79 secondi e si poté osservare che alcuni comportamenti erano uguali. Un comportamento particolamente interessante che è stato analizzato è stato quello che, in gergo, viene chiamato “relaxed open-mouth display”, un “sorriso” riprodotto da 10 cavalli e 12 cani.

Ma andiamo più a fondo nella questione e consideriamo il fatto che, entrambe le specie addomesticate, riconoscono le espressioni facciali dei loro simili e degli altri animali (umani compresi), fattore e caratteristica che rende questi animali più “sintonizzati alle emozioni altrui rispetto agli animali selvatici”.

La Palagi arriva perciò a dedurre che forse “anche specie molto diverse possono mettere da parte i loro istinti e scegliere di concedersi qualche momento di svago”.

A sostegno di tale ricerca, l’ecologa Barbara Smuts affermò che “tramite un linguaggio comune e sfruttando la migliore dinamica per entrambi (il gioco) tra cane e cavallo si crea e mantiene saldo un legame”.

Altri studi riportano che l’affinità che si crea tra cane e cavallo derivi principalmente da una affinità intellettiva: i cani, infatti, non riescono a creare le stesse dinamiche con altri animali che presentano strutture cognitive meno articolate.

© Elena Cammilletti

COMPORTAMENTI DIVERSI A SECONDA DELLA SPECIE

Salve Elena. Mi sono sempre chiesta se i cavalli si comportano con noi come si comporterebbero con i loro simili. Secondo lei è sufficiente osservare il comportamento tra conspecifici per comprendere il nostro cavallo? Mi sa dire qualcosa in merito all’argomento? Ludovica.

Salve Ludovica. L’osservazione etologica, ovvero osservare il nostro cavallo in un contesto etologicamente corretto senza interferire nelle sue relazioni intraspecifiche, è sicuramente un buon punto di partenza (se non addirittura quello più efficace) per comprendere il suo linguaggio, previo studio dell’ etogramma (tabella in cui vengono riportati i comportamenti innati della specie).

Ci tengo però a sottolineare che per quanto il codice comunicativo sia lo stesso, perché per l’appunto proprio del suo essere cavallo, i comportamenti solitamente non sono gli stessi, alcuni possono essere simili, altri comuni, ma altri (la maggior parte) vengono espressi in maniera differente.

La relazione uomo-cavallo è una relazione interspecifica (tra due individui appartenenti a specie diverse). Come per noi è chiara la distinzione tra un nostro simile (umano) e un qualsiasi altro animale, così lo è per il nostro partner equino. L’approccio che il cavallo avrà con un altro cavallo non sarà mai uguale a quello che avrà con noi, egli infatti attuerà in maniera conscia ed inconscia tattiche differenti, condizionate da associazione ed esperienze fatte nel corso della sua vita.

 "Se osserviamo un cavallo relazionarsi con un uomo, potremo osservare attitudini e comportamenti differenti rispetto a quelli che vedremo con i suoi conspecifici". 

© Elena Cammilletti

AFFILIAZIONE EMOTIVA: IL LEGAME TRA DUE SPECIE DIFFERENTI

"L'innata tendenza a concentrare la nostra attenzione sulle forma di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarsi emotivamente" E.O. Wilson
field animal agriculture farm

Perché alcune persone hanno la tendenza ad affiliarsi emotivamente ad un animale? Cosa scatta nella mente dell’uomo quando vi entra in relazione? E poi ancora, che cosa ha in particolare il cavallo che da secoli e secoli accompagna l’uomo nella sua quotidianità?

Si tratta di biofilia (amore per la vita), ossia la tendenza motivazionale dell’uomo verso il mondo animale. Secondo tale concezione si considera l’animale in grado di “dialogare” con l’uomo, soggetto attivo e non passivo. L’animale, infatti, ha un suo specifico profilo caratteriale, emotivo e motivazionale che in qualche modo contamina l’uomo.

" L'animale è un essere capace di sue risposte in maniera dinamica sulla base degli stimoli che riceve poiché è in grado di ragionare sul mondo" (principio cardine della zooantropologia).

Tutto ha inizio da…

La scoperta dell’uomo di poter condividere parte della sua vita con altre specie ha origini antichissime: dobbiamo, infatti, pensare alla preistoria (periodo storico anteriore a qualsiasi documentazione diretta). Se i primi contatti tra uomo e animale furono di tipo, probabilmente, agonistico, nel tempo l’uomo iniziò ad osservarne il comportamento, trovando strategie di interazione e contatto sociale, utili a soddisfare specifiche necessità legate principalmente al loro utilizzo.

In passato l’esigenza era, per l’appunto, prettamente legata all’utilizzo dell’animale: alcune teorie sostengono che, a seguito di addomesticamento, i cani per esempio venivano usati per protezione del proprio territorio. Altri animali come mucche, maiali ed inizialmente cavalli, venivano allevati per consumo alimentare. I cavalli, nello specifico, con il passare del tempo diventarono addirittura dei veri e propri mezzi di trasporto. Una necessità che si é via via sempre più radicata, man mano che gli uomini iniziarono ad abbandonare la vita nomade in favore dello stanziamento.

Col svilupparsi di società umane sempre più evolute e complesse, iniziarono anche a modificarsi le relazioni che vi erano con gli animali.

Sfogliando i libri vedremo come in alcune culture gli animali venivano associati ad entità divine o venivano loro attributi poteri, diventavano così i protagonisti di leggende ancora oggi tramandate. La sacralità di alcuni animali fa ancora parte di alcune culture in questa era moderna. Fu così che con il passare del tempo l’utilizzo esclusivo dell’animale divenne “relazione”.

Il rapporto che si instaura tra uomo e animale è dovuto ad un processo di domesticazione. J. Serprell

L’uomo verso l’animale: ecco quali potrebbero essere le motivazioni (non sempre giuste!)

  • l’animale viene ricercato e visto come “mezzo”, uno strumento cioè per soddisfare/raggiungere i propri fini (psicologico, emotivo, performante, fisiologico…)
  • l’uomo essendo anch’esso un animale ha la tendenza e la necessità di entrare in relazione sia con i propri simili che con individui di specie differenti
  • l’animale viene considerato dall’uomo un sostituto di un legame affettivo
  • amore e passione per la biodiversità spingono l’uomo verso l’animale, in un’ottica di non antropomorfizzazione degli individui di altre specie
  • ricerca di un senso di appagamento

Perché proprio il cavallo?

Le doti atletiche (come velocità, resistenza, robustezza) e la loro indole, incline alla convivenza con l’uomo, gli ha permesso di non essere considerato solo ed esclusivamente come animale da “carne”. Fu per questo motivo che l’uomo iniziò a relazionarsi con il cavallo in forma diversa.

Le prestazioni fisiche dei cavalli hanno sempre risvegliato nell’uomo un certo interesse, come abbiamo visto, fin dai tempi antichi: a differenza di altri animali, può tranquillamente sostenere in nostro peso, essere perciò montabile, risultando (seppur oggi come oggi è sbagliato generalizzare) più facilmente addestrabile.

Se in passato le prestazioni atletiche del cavallo suscitavano interesse nell’uomo al fine di utilizzarlo come mezzo di trasporto, oggi resta alto l’interesse ai fini equestri. Per fortuna nel tempo l’interazione con il cavallo non è più solo legata allo sfruttamento delle sue doti atletiche, ma vi è stato un riconoscimento (seppur ancora non totalmente ufficiale) delle sue caratteristiche emotive ed affiliative.

© Elena Cammilletti