LIBERTY HORSE TRAINING: UN “GIOCO” INDISPENSABILE PER LA RELAZIONE CAVALLO-UOMO

Il gioco racchiude in sè tutte quelle attività legate all’esplorazione e alla comunicazione.

Il cavallo è un animale sociale, gerarchico, che attraverso le interazioni sociali (riconducibili anche ai momenti di gioco) apprende specifici comportamenti: impara a distinguere ciò che può fare e ciò che non deve fare. Non solo, sono proprio queste opportunità relazionali che permettono al cavallo di migliora le sue naturali abilità (motorie, cognitive ed emotive).

Alcuni definisco il lavoro in libertà  un’attività “ludico-ricreativa”, di scarso spessore, volta a coloro che si vogliono semplicemente “dilettare” con il cavallo.

Nella realtà è un’attività molto complessa, che si basa su importanti teorie dell’apprendimento, volta ad educare non solo il cavallo, ma anche i cavalieri che la praticano!

É quindi, in questo solo ed unico senso, che chi fa lavoro in libertà gioca con i cavalli!

person s hand touch horse nose

L’ABC DEL LIBERTY TRAINING: requisiti minimi ed equipaggiamento

Partiamo con l’elencare i requisiti minimi per iniziare ad allenare il nostro cavallo al lavoro in libertà.

  • Conoscere l’etogramma del cavallo (conoscere e saper riconoscere i comportamenti e i segnali che il cavallo manda)
  • Avere un buona padronanza del proprio corpo e delle proprie emozioni
  • Avere molta, moltissima pazienza
  • Saper essere un buon leader (e quindi aver sviluppato importanti abilità comunicative e tecniche)
  • Saper motivare il proprio partner equino
  • Sapersi guadagnare la sua fiducia

Equipaggiamento per iniziare:

  • tondino o arena, per iniziare è meglio uno spazio circoscritto
  • capezza e lunghina (a portata di mano)
  • stick (o frustino da dressage), strumento utile a mantenere la distanza, toccare il cavallo nelle diverse aree e spostarlo.

DOMANDE FREQUENTI:

  • CHE COSA è IL LAVORO IN LIBERTA’? Il lavoro in libertà è un’attività nella quale il cavaliere fa delle richieste da terra al cavallo, senza l’uso di  finimenti, capezze e lunghine, ecc.
  • DOVE SI SVOLGE? Ovunque, ma all’inizio è meglio sviluppare l’attività in un campo circoscritto, come un tondino. Questo permetterà a noi e al cavallo di avere tempi di risposta/reazione più corrette.
  • QUALI SONO GLI OBBIETTIVI? L’obbiettivo principale del lavoro a terra è quello di migliorare la relazione con il partner equino, educarlo e migliorare, tramite il gioco, le sue abilità naturali (cognitive, motorie ed emotive). Migliorando abilità e dialogo, ad averne un enorme beneficio è anche la performance.
  • QUANTO TEMPO CI VUOLE PER OTTENERE RISULTATI? La fretta è cattiva consigliera e, in questo caso, controproducente. Il lavoro il libertà è il risultato finale di un lungo percorso di comunicazione e addestramento. Non c’è un tempo prestabilito: bisogna dare il giusto tempo al cavallo per imparare (rispettando il suo ritmo).
  • IL LAVORO IN LIBERTA’ è SOLO IL RISULTATO DI UN BUON RAPPORTO TRA CAVALLO E CAVALIERE? No, è il risultato di un lavoro corretto di educazione e addestramento, ma senza “relazione” (e tutto quello che implica, che vedremo successivamente) che lavoro in libertà sarebbe?

DUE TIPOLOGIE DI LAVORO IN LIBERTA’

herd of horses on grass field
  • La prima è una tipologia di lavoro in libertà che parte fin da subito. Il cavallo non conosce i finimenti e non è mai stato condizionato dall’uso di essi.
  • La seconda è una tipologia di lavoro in libertà eseguito dopo aver condizionato il cavallo a rispondere alle nostre richieste (seguirci, andare indietro, ecc.) tramite l’azione di lunghine o altri finimenti.

Sono entrambe due modalità corrette, ma se scegliamo di interagire con un cavallo che non è mai stato condizionato neanche alla capezza e lunghina, è necessario comprendere le difficoltà e i rischi a cui potremo andare incontro. É fondamentale che si abbiano le basi della comunicazione (o linguaggio) equina, che si sappia riconoscere ed interpretare nel modo corretto i segnali lanciati dal cavallo o dai cavalli (se in branco) e che si riesca a prevedere le conseguenze delle nostre azioni, sapendo gestire al meglio le situazioni che si potrebbero presentare, in totale sicurezza.

É IMPORTANTE SAPERE CHE:

  • il cavallo è un animale gregario e gerarchico: il cavallo per sua natura necessità “dell’altro” e sviluppa tutte le sue relazioni sociali attraverso un sistema gerarchico, se non è il leader ha bisogno di averne uno.
  • il 99% del suo modo di comunicare è attraverso il corpo
  • è una preda per tanto non pensa in modo diretto, va a risparmi energetico, attua comportamenti (quando si sente in pericolo) di fuga o lotta (fight or flight) e fa esattamente l’opposto di ciò che vorrebbe un predatore.

RELATIONSHIP: le 3 regole d’oro del Liberty Training

1) DIVENTA IL SUO LEADER

Il cavallo ha bisogno di un leader, che nei cavalli corrisponde a quel soggetto (solitamente la femmina più anziana) che emana affidabilità, esperienza, coraggio, forza di volontà. Attraverso una sorta di particolare magnetismo riesce a mettere a suo agio e far sentire in sicurezza l’intero branco. Non solo, è in grado di prendere decisioni per il bene comune.

Il nostro cavallo si aspetta questo da noi. Affinché ci riconosca come un leader è necessario dimostrare una certa (reale) forza interiore. Nella relazione uomo-cavallo, il cavallo necessita di ricevere da noi delle indicazioni.

Dobbiamo essere in grado di trasmettergli regole semplici, chiare e coerenti! Se senza costrizioni, coercizioni e stress, riusciamo ad essere accettati come leader, oltre ad esserne particolarmente felici, dobbiamo essere anche consapevoli della responsabilità che ne deriva.

2) SII IL SUO “LUOGO SICURO”

Un modo per guadagnarsi la fiducia del nostro partner equino è quello di liberarlo dalla paura e dallo stress! 

Paura e stress sono una condizione fisiologica naturale perché legate all’istinto di sopravvivenza, ma se in eccesso (alimentate da noi o dall’ambiente in cui il cavallo vive), causeranno lo sviluppo di importanti patologie comportamentali.

Come afferma un grande uomo di cavalli: “non sono sufficienti carote e biscottini”. Il cavallo ricerca principalmente la sicurezza e se noi siamo in grado di dargliela, attraverso una corretta comunicazione, senza forzature, ecco che riusciremo facilmente ad arrivare al loro cuore.

3) RISPETTARE I SUOI TEMPI ( CHE SPESSO NON CORRISPONDONO AI NOSTRI!!)

É importante dare al nostro cavallo il tempo di imparare. Il ritmo? Sarà lui a dettarlo! Le nostre aspettative e i nostri desideri non devono trasformarsi in noiose e stressanti ripetizioni.

LA PRATICA: esercizio base

Gli esercizi da eseguire nel liberty training sono davvero tantissimi e tanto dipende anche dalla creatività e dalla sinergia del binomio. Per lavorare in autonimia nel liberty trainig (ricordo che il cavallo lavora in totale libertá) é necessario avere già esperienza nel campo equestre e nella comunicazione, nonché avere delle buone basi di conoscenza sul comportamento equino. Ma, se seguiti da un professionista, possiamo iniziare a praticare degli esercizi base proprio per sviluppare esperienza, abilità e conoscenza che ci porteranno, nel tempo, a condurre un corretto lavoro in libertá. Inizialmente potremmo avvalerci dell’aiuto della capezza e della lunghina, o di campi circoscritti ( come un tondino). Una volta che il lavoro sará ben interiorizzato, allora possiamo metterci alla prova in totale libertá.

Un primo esercizio che potremmo chiedere al nostro cavallo é quello del “body language”. Attraverso la postura e la prossemica possiamo lanciare diversi segnali, facendo così delle specifiche richieste. Inoltre, grazie a questi esercizi, imparemo ad utilizzare il nostro corpo comunicando (cioé nella maniera corretta). Ecco alcuni esempi di body language:

  1. ” Ti propongo di non fare niente”: fermati di fronte al tuo cavallo a una distanza di circa 1,5m. Mantieni una posizione neutrale, datti il tempo di pensare e di respirare lentamente. Mantieni le tue spalle e la tua testa leggermente in avanti, completamente rilassate. In questo modo stai insegnando al cavallo a restare vicino a te, in tranquillità. Ricorda che il cavallo ha come istinto principale quello della fuga, se non si sente a suo agio si allontanerá da te.
  2. “Ehi, sto per chiederti di fare qualcosa. Prestami la tua attenzione!”: alza la tua energia. Inspira profondamente e solleva la testa. Apri le spalle e aumenta “la tensione” del corpo. Stai dando un segnale di allerta, stai chiedendo cioè al tuo cavallo di alzare la sua energia e di “attivarsi”.
  3. “Segui le mie richieste”: aumenta lo spazio (bolla prossemica) che c’è tra te e il tuo cavallo. Come? Respira profondamente e tira in fuori il petto. Testa alta ed occhi negli occhi con il cavallo. Stai chiedendo al tuo cavallo di accettare che sia tu a prendere il controllo della situazione, stai stabilendo una gerarchia.                   
  4. “Fai qualche passo indietro”: se la postura mantenuta nel punto 3 non è sufficiente, chiedi al tuo cavallo di fare qualche passo indietro. Ci sono diversi modi per farlo. Puoi avvalerti della capezza e della lunghina (per una prima fase di condizionamento preparatoria al liberty training), creando ritmicamente delle leggere pressioni sul naso; o semplicemente utilizzando il tuo corpo (spalle e busto in avanti, facendo dei passi in avanti). La richiesta di spostamento e il relativo successo fa si che il soggetto richiedente sia gerarchicamente di grado superiore.   Il grado di intensità? Dipende dalla risposta del partner equino.                                                                                         

Personalmente mi avvalgo del lavoro in libertá anche nel complesso percorso della rieducazione comportamentale di alcuni cavalli, oltre che per l’educazione dei puledri. Risulta essere, quindi, un importante aiuto educativo e rieducativo.

Il liberty training  (possibile step successivo del lavoro a terra condizionato, dove agiamo per mezzo di strumenti e/o finimenti) è molto articolato e complesso, richiede molto tempo e costanza, ma i risultati che si possono ottenere sono davvero eccezionali.

Questi sono solo alcuni spunti di riflessione che, se presi nel modo corretto, ti apriranno la strada ad un’ equitazione sana e appagante: quella dalla parte del cavallo! Buon lavoro… In libertá!

                     ©Elena Cammilletti                                                                                                                 ©Elena Cammilletti                                                                                                                                                     

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LO SAPEVI CHE ANCHE I CAVALLI SOFFRONO IL SOLLETICO?

Sensazione cutanea risvegliata dal contatto lieve e ripetuto di oggetti leggerissimi sulle parti più sensibili del corpo, accompagnata spesso da riflessi e reazioni difensive intense“_definizione di solletico

Ebbene si, sembrerà strano ma anche i cavalli come gli altri animali (umani compresi) soffrono il solletico, ma ahimè loro non ridono! Il Flehmen, o erroneamente chiamato “sorriso equino”, non corrisponde a quello che noi  interpretiamo come “sorriso o risata”. Questa reazione del labbro superiore è un comportamento sociale utile a incanalare gli odori attraverso l’uso di particolari ghiandole olfattive.

Solitamente si pensa al solletico come a qualcosa che suscita ilarità e divertimento, ma non tutti gli animali “ridono” o associano quella sensazione a qualcosa di “fastidiosamente divertente”!

É interessante però sapere che ci sono alcuni animali, come i primati e i ratti, che invece reagiscono esattamente come alcuni di noi al solletico: ridono! La scienza lo ha dimostrato grazie alle conclusioni di Darwin nel 1872 e Jaak Panksepp qualche anno fa.

Curiosità…Vi è capitato mai di toccare delicatamente sotto la pancia del vostro cavallo e questo inizia a muoversi o a tirare calcetti? Spesso cavalli con pelle e manto sottili (per razza, stagione o tosature), o giovani cavalli non abituati al contatto, al tocco lieve o ripetuto reagiscono mostrando i classici segnali “di fastidio”. É importante sapere che sotto la pelle vi sono moltissime terminazioni nervose, che quando vengono stimolate attraverso il contatto con l’epidermide, generano dei riflessi involontari. Il tocco legato a ciò che definiamo per solletico equivale per loro a sentire un insetto che si posa sul corpo. Non scapperanno, ma si dovranno “scrollare di dosso” il fastidio. Cercate di capire quali sono per loro le aree particolarmente sensibili e trovate il giusto modo di toccarle. Ricordate che ogni cavallo é a sé e generalizzare, sopratutto in questo ambito, non va mai bene.

A volte a fare la differenza può essere la scelta del materiale di una spazzola, altre volte il saper regolare l’intensitá di tocco su quella specifica area. La scelta di rimproverare o punire il cavallo, anche in questo caso, non é una scelta saggia. Punire riflessi incondizionati non farà altro che portare il cavallo a manifestare antipatici segnali antagonistici. Optate sempre per la buona educazione, per non dover ricorrere poi alla “ri-educazione”.

©Elena Cammilletti

CAVALLO E CANE: UN LEGAME PRESO IN CONSIDERAZIONE ANCHE DALLA SCIENZA.

Lo sapevi che tra cane e cavallo si possono creare dei legami eccezionali?

Ebbene si! Anche se molto diversi, hanno una struttura cognitiva tale per cui, tra i due, si creano dei segnali comunicativi ed affiliativi molto singolari.

Studi recenti, portati avanti dall’etologa E. Palagi, riportano che cane e cavallo arrivano addirittura a giocare insieme e che riescano, con una velocità impressionante, a imitare le espressioni facciali l’uno dell’altro (mimica facciale rapida).

Come è possibile che un predatore e una preda riescano a creare dinamiche di gioco? Ma soprattutto come fanno a muoversi in sincronia?

É stata, per l’appunto, l’osservazione di movimenti sincronici a suscitare interesse nei ricercatori. Anche se non è ancora stato spiegato a fondo il motivo che spinga questi animali a giocare, non dimentichiamoci che cani e cavalli fanno parte della stessa classe animale: sono entrambi mammiferi, con una struttura cognitiva molto sviluppata, il che rende la comunicazione possibile ed efficace.

LA RICERCA: è stato richiesto a degli studenti di ricercare su youtube dei video in cui vi erano cani e cavalli che, secondo specifici criteri, sviluppassero delle attività ludiche per più di 30 secondi. In poco più di un anno gli studenti hanno selezionato 20 video. L’obbiettivo prefissato era quello di ritrovare esempi di mimica facciale tra le due specie. Nei video le sessioni di gioco duravano circa 79 secondi e si poté osservare che alcuni comportamenti erano uguali. Un comportamento particolamente interessante che è stato analizzato è stato quello che, in gergo, viene chiamato “relaxed open-mouth display”, un “sorriso” riprodotto da 10 cavalli e 12 cani.

Ma andiamo più a fondo nella questione e consideriamo il fatto che, entrambe le specie addomesticate, riconoscono le espressioni facciali dei loro simili e degli altri animali (umani compresi), fattore e caratteristica che rende questi animali più “sintonizzati alle emozioni altrui rispetto agli animali selvatici”.

La Palagi arriva perciò a dedurre che forse “anche specie molto diverse possono mettere da parte i loro istinti e scegliere di concedersi qualche momento di svago”.

A sostegno di tale ricerca, l’ecologa Barbara Smuts affermò che “tramite un linguaggio comune e sfruttando la migliore dinamica per entrambi (il gioco) tra cane e cavallo si crea e mantiene saldo un legame”.

Altri studi riportano che l’affinità che si crea tra cane e cavallo derivi principalmente da una affinità intellettiva: i cani, infatti, non riescono a creare le stesse dinamiche con altri animali che presentano strutture cognitive meno articolate.

© Elena Cammilletti

COMPORTAMENTI DIVERSI A SECONDA DELLA SPECIE

Salve Elena. Mi sono sempre chiesta se i cavalli si comportano con noi come si comporterebbero con i loro simili. Secondo lei è sufficiente osservare il comportamento tra conspecifici per comprendere il nostro cavallo? Mi sa dire qualcosa in merito all’argomento? Ludovica.

Salve Ludovica. L’osservazione etologica, ovvero osservare il nostro cavallo in un contesto etologicamente corretto senza interferire nelle sue relazioni intraspecifiche, è sicuramente un buon punto di partenza (se non addirittura quello più efficace) per comprendere il suo linguaggio, previo studio dell’ etogramma (tabella in cui vengono riportati i comportamenti innati della specie).

Ci tengo però a sottolineare che per quanto il codice comunicativo sia lo stesso, perché per l’appunto proprio del suo essere cavallo, i comportamenti solitamente non sono gli stessi, alcuni possono essere simili, altri comuni, ma altri (la maggior parte) vengono espressi in maniera differente.

La relazione uomo-cavallo è una relazione interspecifica (tra due individui appartenenti a specie diverse). Come per noi è chiara la distinzione tra un nostro simile (umano) e un qualsiasi altro animale, così lo è per il nostro partner equino. L’approccio che il cavallo avrà con un altro cavallo non sarà mai uguale a quello che avrà con noi, egli infatti attuerà in maniera conscia ed inconscia tattiche differenti, condizionate da associazione ed esperienze fatte nel corso della sua vita.

 "Se osserviamo un cavallo relazionarsi con un uomo, potremo osservare attitudini e comportamenti differenti rispetto a quelli che vedremo con i suoi conspecifici". 

© Elena Cammilletti

AFFILIAZIONE EMOTIVA: IL LEGAME TRA DUE SPECIE DIFFERENTI

"L'innata tendenza a concentrare la nostra attenzione sulle forma di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarsi emotivamente" E.O. Wilson
field animal agriculture farm

Perché alcune persone hanno la tendenza ad affiliarsi emotivamente ad un animale? Cosa scatta nella mente dell’uomo quando vi entra in relazione? E poi ancora, che cosa ha in particolare il cavallo che da secoli e secoli accompagna l’uomo nella sua quotidianità?

Si tratta di biofilia (amore per la vita), ossia la tendenza motivazionale dell’uomo verso il mondo animale. Secondo tale concezione si considera l’animale in grado di “dialogare” con l’uomo, soggetto attivo e non passivo. L’animale, infatti, ha un suo specifico profilo caratteriale, emotivo e motivazionale che in qualche modo contamina l’uomo.

" L'animale è un essere capace di sue risposte in maniera dinamica sulla base degli stimoli che riceve poiché è in grado di ragionare sul mondo" (principio cardine della zooantropologia).

Tutto ha inizio da…

La scoperta dell’uomo di poter condividere parte della sua vita con altre specie ha origini antichissime: dobbiamo, infatti, pensare alla preistoria (periodo storico anteriore a qualsiasi documentazione diretta). Se i primi contatti tra uomo e animale furono di tipo, probabilmente, agonistico, nel tempo l’uomo iniziò ad osservarne il comportamento, trovando strategie di interazione e contatto sociale, utili a soddisfare specifiche necessità legate principalmente al loro utilizzo.

In passato l’esigenza era, per l’appunto, prettamente legata all’utilizzo dell’animale: alcune teorie sostengono che, a seguito di addomesticamento, i cani per esempio venivano usati per protezione del proprio territorio. Altri animali come mucche, maiali ed inizialmente cavalli, venivano allevati per consumo alimentare. I cavalli, nello specifico, con il passare del tempo diventarono addirittura dei veri e propri mezzi di trasporto. Una necessità che si é via via sempre più radicata, man mano che gli uomini iniziarono ad abbandonare la vita nomade in favore dello stanziamento.

Col svilupparsi di società umane sempre più evolute e complesse, iniziarono anche a modificarsi le relazioni che vi erano con gli animali.

Sfogliando i libri vedremo come in alcune culture gli animali venivano associati ad entità divine o venivano loro attributi poteri, diventavano così i protagonisti di leggende ancora oggi tramandate. La sacralità di alcuni animali fa ancora parte di alcune culture in questa era moderna. Fu così che con il passare del tempo l’utilizzo esclusivo dell’animale divenne “relazione”.

Il rapporto che si instaura tra uomo e animale è dovuto ad un processo di domesticazione. J. Serprell

L’uomo verso l’animale: ecco quali potrebbero essere le motivazioni (non sempre giuste!)

  • l’animale viene ricercato e visto come “mezzo”, uno strumento cioè per soddisfare/raggiungere i propri fini (psicologico, emotivo, performante, fisiologico…)
  • l’uomo essendo anch’esso un animale ha la tendenza e la necessità di entrare in relazione sia con i propri simili che con individui di specie differenti
  • l’animale viene considerato dall’uomo un sostituto di un legame affettivo
  • amore e passione per la biodiversità spingono l’uomo verso l’animale, in un’ottica di non antropomorfizzazione degli individui di altre specie
  • ricerca di un senso di appagamento

Perché proprio il cavallo?

Le doti atletiche (come velocità, resistenza, robustezza) e la loro indole, incline alla convivenza con l’uomo, gli ha permesso di non essere considerato solo ed esclusivamente come animale da “carne”. Fu per questo motivo che l’uomo iniziò a relazionarsi con il cavallo in forma diversa.

Le prestazioni fisiche dei cavalli hanno sempre risvegliato nell’uomo un certo interesse, come abbiamo visto, fin dai tempi antichi: a differenza di altri animali, può tranquillamente sostenere in nostro peso, essere perciò montabile, risultando (seppur oggi come oggi è sbagliato generalizzare) più facilmente addestrabile.

Se in passato le prestazioni atletiche del cavallo suscitavano interesse nell’uomo al fine di utilizzarlo come mezzo di trasporto, oggi resta alto l’interesse ai fini equestri. Per fortuna nel tempo l’interazione con il cavallo non è più solo legata allo sfruttamento delle sue doti atletiche, ma vi è stato un riconoscimento (seppur ancora non totalmente ufficiale) delle sue caratteristiche emotive ed affiliative.

© Elena Cammilletti

Relazione Uomo-Cavallo: un rapporto in continua evoluzione (Parte 2- la teoria)

“Condizione propria di due o più termini in quanto analoghi, interdipendenti o reciprocamente commisurabili; rapporto, connessione”.

Se si ricerca sul dizionario il significato della parola “relazione” é questa la definizione che viene riportata. É perciò chiaro che quando si  parla di relazione si intende il rapporto che intercorre tra due o più elementi, mediante uno specifico linguaggio (gesti, parole, lettere, codici, ecc), in un determinata circostanza e in un determinato ambiente.

Il completamento di una relazione, quindi rapporto, ne genera un legame più o meno intenso, più o meno duraturo.

Netta e assolutamente necessaria é la distinzione che dobbiamo fare quando parliamo di relazione. Vedremo infatti che nel regno animale si tratterà nello specifico di r. intraspecifica e r. interspecifica.

Per r.intraspecifica si intende il rapporto che vi é tra membri della stessa specie (cavallo-cavallo); mentre quando si parla di r.interspecifica si fa riferimento al rapporto che intercorre tra individui di specie diversa (cavallo-uomo). Un cavallo abile nel creare relazioni intraspecifiche non é detto che lo sia in quelle interspecifiche, cosi per l’uomo. La propensione agli animali, oltre che a una passione e una scelta più o meno etica, deriva appunto dalla capacità di mettere in atto abilità relazionali con individui diversi per specie. 

Ma quali sono queste abilitá?

  1. Avere una conoscenza etologica dell’animale di interesse (cavallo)
  2. Riconoscere di far parte integrante dell’ambiente
  3. Relazionarsi restando nel qui ed ora
  4. Essere abili nel vivere le proprie emozioni ed accettarle per imparare a gestirle nel modo corretto
  5. Sapersi rispettare (spazi, tempi, caratteristiche, ecc.)
  6. Ricerca di un appagamento individuale e collettivo
  7. Autenticità

1 Avere una conoscenza etologica dell’animale di interesse, nello specifico del nostro cavallo, significa nella sua massima generalità conoscerne il comportamento.  Il campo di interesse di questa scienza si focalizza principalmente sui fattori “scatenanti” del comportamento, interni o esterni, prossimi o immediati: ovvero la motivazione, cioè il perché un cavallo si comporta in un determinato modo. Andremo così a studiare la filogenesi e l’ontogenesi equina, per comprendere meglio come i geni, nonché i tratti anatomici siano funzionali e/o influenti su specifici comportamenti, come il cavallo comunica con i suoi simili, i suoi meccanismi di apprendimento e memoria, le sue dinamiche sociali (corteggiamento, riproduzione, cure parentali,  strategie di difesa, cooperazione, altruismo, abilità e competenze relazionali, ecc.), analizzeremo le abitudini migratorie, nonché alimentari e l’habitat naturale. Conoscerne gli aspetti etologici significa per noi avere tutti gli strumenti utili a garantire il loro benessere.

2 Ambiente:” è un sistema complesso di fattori fisici, chimici e biologici, di elementi viventi e non viventi e di relazioni in cui sono immersi tutti gli organismi” . Insieme quindi di strutture, suoni, rumori, odori, stimoli, ma anche complesso di condizioni sociali, relazionali, morali ed emozionali propri degli essere viventi. Non è forse vero che, come il cavallo fa parte di uno specifico ambiente, anche noi (con la nostra presenza) facciamo parte del suo? Come approcceremmo se nell’ambiente si presentasse un nuovo stimolo e dovremmo farglielo conoscere? Agiremmo secondo le teorie di assuefazione o desensibilizzazione, presentando lo stimolo il tempo utile e in egual modo affinché il cavallo si abitui completamente. Bene, proviamo a ritenerci uno stimolo, con la importante variabile che noi per atteggiamento, odori, emozioni, ecc., non siamo sempre uguali, e diamogli il tempo di abituarsi alla nostra presenza, senza pretendere subito da lui qualcosa.

3 L’imparare a stare nel “qui ed ora” è un’esigenza sempre più frequente e che accomuna sempre più persone.  Restare nel “qui ed ora” è l’abilità del restare nel momento presente, senza andare con i pensieri nel passato, ne fare proiezioni nel futuro. Questo é l’obbiettivo di molti filoni new age e tecniche meditative, che stanno in qualche modo ricordando all’essere umano la sua più grande capacità innata. Ebbene si, perchè essendo anche noi animali siamo perfettamente in grado di strutturare le nostre azioni e i nostri pensieri nel momento presente. Purtroppo per chi non riesce a farlo, crea un divario relazionale con il partner equino che ha di fronte. Il cavallo per sua natura vive sempre nel momento presente, sempre attento a ciò che in quello specifico momento sta succedendo. Vi riporto un semplice esempio: se nel mentre puliamo o giriamo in tondino il nostro cavallo guardiamo la pagina Facebook sul telefonino, interessandoci di ciò che fanno gli altri e non di quello che sta facendo lui, beh in quel momento non stiamo certo dando dei segnali di “presenza” o di affidabilità, caratteristica principale di un leader. Il cavallo ricerca in noi un individuo abile ed attento, lucido, presente e costante (anche nelle emozioni). Inoltre, eccessive proiezioni sul futuro (ciò che potrebbe succedere) limita il nostro agire, così come focalizzare le nostre energie e la nostra mente su un fatto avvenuto nel passato (ieri in quel punto, il mio cavallo si è spaventato!), agevolano comportamenti non desiderati. Nell’oggi, nel presente, c’è la novità e mai l’abitudine, sta a noi saperla cogliere.

4 Viviamo in una società dove ci viene insegnato a “non avere paura”, creando nella mente dell’uomo una sorta di paura della paura. Cosa succede se abbiamo paura? Assolutamente niente! É un’emozione primaria e come tale, transitoria. Se la viviamo, nello specifico momento in cui arriva e la accettiamo, al pari della gioia, ecco che non si cristallizzerà dentro di noi. Passerà, muterà e in qualche strano modo ci arricchirà. Ho parlato della paura, ma potrei riportare lo stesso esempio sulle altre emozioni. Accettarle e viverle a pieno dentro di noi è il miglior modo per imparare a gestirle. Noi siamo la nostra mente e siamo le nostre emozioni. Le emozioni vanno perciò vissute ed accettate come tali, senza giudizio. Come fanno gli animali quando hanno paura? La manifestano,  la vivono, non si creano un giudizio su loro stessi se provano paura, e la lasciano andare. Vi sentireste in difetto o incompetenti se vi sentiste felici? É allora perché farlo quando si provano emozioni scomode?

5 Rispetto: “sentimento e comportamento informati alla consapevolezza dei diritti e dei meriti altrui, dell’importanza e del valore morale, culturale di qlco”. Il concetto di rispetto va estenso anche in relazione al rispetto degli spazi, propri e altrui, e rispetto dei reciproci tempi: ogni individuo necessita, infatti, di tempo per mettere in atto o modificare determinati comportamenti (sia in ambito relazionale che di apprendimento). Nella relazione uomo-animale si sente spesso parlare di “rispetto”, ma per alcuni forse ancora non è ben chiaro come applicarlo. La forma più autentica e concreta di rispetto che potremmo avere nei confronti degli animali è, innanzitutto, la “non umanizzazione”, o meglio detta antropomorfizzazione, del nostro partner equino. Ogni specie ha la propria capacità espressiva, le proprie esigenze, le individuali e singolari caratteristiche che vanno comprese, accettate come tali, quindi, rispettate e, in questo, l’etologia gioca un ruolo fondamentale.

6 Nello sviluppo di un rapporto, le dinamiche che si creano possono rendere la relazione funzionale o di-sfunzionale. Le dinamiche interne del singolo soggetto (personalità, esperienze, caratteristiche fisiologiche, ecc.) influiscono sulle dinamiche dell’altro, cosi come le dinamiche esterne (ambiente, avvenimenti, ecc.) possono influenzare più o meno positivamente su un soggetto o entrambi gli individui. Affinché si crei una relazione funzionale è necessario che entrambi i soggetti siano, nella loro individualità,  appagati e che l’unione di dei due crei dinamiche positive e di crescita per entrambi. L’appagamento del cavallo è direttamente proporzionale al soddisfacimento delle sue esigenze primarie (legate principalmente all’ambiente, alla gestione e alle relazioni sociali). Nell’uomo è, invece, un processo leggermente più complesso, che deriva comunque dal soddisfacimento dei propri bisogni (di specie). Un uomo appagato è quindi colui che nell’ambiente, nelle attività che svolge, nelle relazioni, ecc., ritrova il completo soddisfacimento ed espressione del suo essere (libero da proiezioni e da frustrazioni).

Sono diversi i motivi che possono spingerci a far entrare nelle nostra quotidianità un animale, ma posso consigliarvi  (per esperienza) di non scegliere mai quello di “utilizzarlo” per sopperire a delle mancanze umane ( conferme, accettazione, affetto umano, comprensione, riconoscenza, ecc.). Spesso tale esigenze si rivela, con il tempo, la causa di rapporti disfunzionali. Un animale può darci affetto, riempire le nostre giornate, regalarci momenti unici e ricordi che tolgono il fiato, ma il tutto secondo le loro proprie ed uniche caratteristiche di specie. Innamoratevi della loro diversità, non snaturateli, dategli lo spazio che meritano e di cui hanno bisogno, non fate inutili proiezioni (tipicamente umane) nella lettura dei loro comportamenti. Anche qui l’etologia, ha sempre il suo fondamentale ruolo. Lasciateli “animali”, e create una relazione con loro da animale umano ad animale non umano (uomo-animale).

7 “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti” una frase celebre di Pirandello, sempre attuale e, purtroppo, assai veritiera. Una frase che però è esclusivamente umana. Nel regno animale, tra animali non umani non esistono maschere sociali. Non esistono rapporti basati su bugie, cattive e non dichiarate intenzioni, manipolazioni, sotterfugi o azioni nascoste. Tra animali non umani esiste solo ed esclusivamente l’autenticità, esistono rapporti basati su dichiarati intenti (siano essi positivi o negativi), in un contesto quindi di realtà della realtà. “Autentico è ciò che si riferisce alla nostra vera interiorità, al di là di quello che vogliamo apparire o crediamo di essere”. Ho lasciato per ultimo il concetto di autenticità, inteso come “il mostrarci per quello che realmente siamo”, perché è una caratteristica molto soggettiva e priva, in tal senso, di regole convenzionali. Gli animali si mostrano a noi per quello che sono realmente e si aspettano da noi lo stesso, ecco perché quando si vive a stretto contatto con loro é inevitabile l’intraprendere un lungo percorso di lavoro su noi stessi. “Se rinasco vorrei essere un (scegliete voi l’animale)” è una frase che spesso sento dire. “Invidiamo” la loro vita perché pare priva di preoccupazioni, conflitti e ne notiamo, spesso, una perfetta armonia. Sarà perché il loro essere autentici rende tutto più semplice? Pensateci su…

Nell’entrare in relazione con un animale entriamo in contatto la nostra istintualità e questo spesso ci permette di scoprire doti che nel tempo, di generazione in generazione, si sono un po’ perse.

Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di entrare in relazioni con specie diverse, che mi hanno permesso di scoprire in me abilità innate che non pensavo di avere. Una di queste è quella di agire restando nel momento presente: è stata un enorme svolta per me e per i miei animali.

Equilibrio tra istintualità e ragione, tra ciò che sta dentro e fuori da noi.

É così facilmente deducibile che il risultato della relazione con un animale, qualunque esso sia, dipenda quindi dal nostro modo di conoscere, agire ed essere. Un comportamento ne influenza, scatena, modifica un altro.

"Se non apporti cambiamenti dentro te stesso, non potrai mai aspettarti di cambiare la realtà fuori"

© Elena Cammilletti

Relazione Uomo-Cavallo: un rapporto in continua evoluzione (Parte 1: il racconto di una mia esperienza).

Nel momento in cui sto buttando giù queste poche righe, sono qui seduta nella morbida paglia del box, con accanto il mio fedele cane Akira, ad osservare la realizzazione di un sogno: la mia cavalla e la sua piccola puledrina di soli 4 giorni. 

Ho deciso di scrivere questo articolo o meglio racconto di una esperienza, dopo averne vissuta una che mi ha segnato profondamente e mi ha fatto molto, molto, riflettere: la nascita, per l’appunto, di Arizona.

Non è il primo puledro per me e non è il primo parto, ma non ritengo di avere sufficiente esperienza in tal campo se non in termini esclusivamente etologici (cure parentali, comportamento del puledro e della fattrice).

La sera del 25 aprile, Niya, ha deciso che era arrivato il momento di mettere al mondo Arizona. Un parto difficile, una zampina che non voleva uscire e una mamma talmente spaventata da ciò che stava succedendo che, invece che sentirla sua, ha tentato ripetutamente di calciarla e caricarla.

Ciò che era un meraviglioso sogno, stava per diventare un terribile incubo, ma la relazione tra me e la mia cavalla ha fatto la differenza.

Il tempismo ha fatto la differenza. L’avere il coraggio di correre quel rischio ha fatto la differenza. Sono riuscita a fare quella “manovra”, che ha riposizionato correttamente Arizona.

Il primo enorme problema era stato risolto, ma qualcosa mi diceva che non era finita li.

Conosco la mia cavalla, conosco il comportamento equino in generale, comprendo molto velocemente i segnali che i cavalli lanciano, per fortuna gli anni di esperienza in questo campo hanno giocato a mio favore. Ma ancora di più, conoscevo molto bene quello sguardo, quella postura, quei muscoli così terribilmente contratti. Temevo quello che da lì a poco sarebbe successo: mentre asciugavo la puledra ancora a terra, ecco che Niya sferra il primo calcio verso di lei.

Prendo immediatamente in mano io la cavalla e cerco di farla avvicinare, ma niente. Non vuole annusarla, calcia, raspa, la carica. Ho incassato tante di quelle botte per proteggere la puledra…

Sapevo esattamente cosa stava succedendo, qualsiasi manuale di etologia più o meno completo può dare una spiegazione a quel comportamento, ma sul campo bisogna trovare una soluzione rapida ed efficace, ed io dovevo trovarne una il più rapidamente possibile.

Ho iniziato ad ascoltare solo ed esclusivamente il mio sentire, rischiando ancora…

Sentivo che Niya in quel momento aveva bisogno di me e di tempo per capire cosa doveva fare. Sapevo che in un modo o nell’altro l’avrebbe accettata anche se era fuori controllo, sentivo che quei comportamenti innati legati alle cure parentali prima o poi sarebbero scattati, dovevo solo trovare il giusto modo di aiutarla a capire, impedendogli però di fare del male alla puledra. Non sto a raccontarvi tutto quello che è successo, scriverei pagine e pagine il che potrebbe anche annoiarvi, ma posso dirvi che ad un certo punto, il nostro rapporto ha cambiato le carte in tavola: se negli anni non avessi costruito quel rapporto con la mia cavalla, una cavalla che già di natura difficilmente si affida e si concede alle persone, con un carattere molto forte e determinato, non avrebbe voluto vicino nemmeno me, non mi avrebbe permesso di aiutarle.

Sono riuscita a tranquillizzarla, con la mia voce e con la mia presenza cosicché, diversi minuti dopo, seguendo la mia mano ha iniziato ad avvicinare il muso alla sua puledra.

I comportamenti a seguire sono stati un concatenarsi di emozioni e azioni innate, la stava sentendo sua.  Di lì a poco Arizona si è messa in piedi (per fortuna i due calci ricevuti non l’avevano compromessa), vogliosa di prendere il latte dalla mamma, una mamma che stava iniziando ad accettarla.

Per il momento Niya fa avvicinare solo me (e il mio cane a quanto pare) alla sua puledrina. In questi giorni le osservo molto e ho potuto notare una Niya diversa, molto più matura, posata, consapevole, risultando nei confronti di Arizona  premurosa, attenta e amorevole. Chi l’avrebbe mai detto? Io sicuramente!

Dopo tutto questo vortice di emozioni ho preso del tempo per riflettere. La mia scuola di equitazione e il mio metodo di educazione e addestramento, si fondano principalmente sulla costruzione di una relazione con il cavallo e, domenica, ne ho compreso ancora più nel profondo l’importanza.

Oggi più che mai voglio raccontarvi la mia esperienza, affinché si comprenda quanto sia fondamente che tra uomo e partner equino vi sia una relazione e quanto questa sia un'importantissima variabile che va ad incidere fortemente sul comportamento del cavallo stesso (nel bene o nel male). 

Nel prossimo articolo Relazione Uomo-Cavallo: un rapporto in continua evoluzione (Parte 2) vedremo insieme come strutturare e creare una relationship con il nostro partner equino. 

©Elena Cammilletti

IL MIO CAVALLO NON STA LEGATO!

Buongiorno Elena, mi chiamo Giulia e ho da poco preso una puledra di 10 mesi. Non mi reputo alle prime armi, ma mi sono resa conto che per una gestione corretta di Adeline l’esperienza che ho non è sufficiente. Pensavo di avere a che fare con una cavalla con un minimo di educazione, per lo meno le basi della gestione a terra. Invece, arrivata in struttura, mi sono ritrovata con una puledra che sa si e no che cosa è una capezza. É arrivato il momento di insegnarle a stare legata, ma sto incontrando delle serie difficoltà.  Se libera nel paddock, riesco ad avvicinarmi a lei senza problemi, accarezzarla e pulirla, ma quando la porto nella scuderia e la lego a un box, al minimo rumore, inizia a muovere tantissimo i piedi, mi viene addosso con il posteriore, indietreggia. Un giorno poi è successo il caos: la lego al box e, come sempre, dopo pochi minuti inizia ad agitarsi e, non so come, è scivolata incastrandosi la capezza al gancio della porta del box . Per slegarla è stato davvero complicato. Ci siamo entrambe spaventate molto e ora ho davvero paura che la cosa si ripresenti. C’è un modo per insegnarle a stare legata e, soprattutto, come farlo in sicurezza? Grazie G.

Salve Giulia, cerco subito di tranquillizzarti dicendoti che sì, ci sono metodi e soluzioni idonee ad insegnare a un giovane cavallo a restare tranquillo e a sentirsi a suo agio quando legato, così come ci sono mezzi rieducativi qualora il cavallo abbia, invece, acquisito comportamenti non corretti. É fondamentale che nel programma di educazione del nostro partner equino si dedichi il giusto tempo ed attenzione ad insegnargli a mantenere un comportamento corretto quando legato.

Partiamo da un concetto fondamentale: l’ambiente. Il cavallo per natura è una preda e in caso di pericolo reagisce istintivamente con la fuga. Bene, è quindi deducibile che i suoi sensi e i suoi apparati siano fisiologicamente strutturati in maniera funzionale a questa strategia di difesa. Il cavallo scappa da uno stimolo ambientale che reputa pericoloso, ma per scappare deve potersi muovere. Se si sente legato, bloccato, intrappolato, deve trovare il modo di liberarsi ed attua un altro meccanismo: quello della lotta e, in questo specifico caso, lotta contro la pressione. Inizia così a dimenarsi, tirare, arrivando addirittura a rampare e, non così raramente, scivolare e cadere rovinosamente. Se è uno stimolo ambientale a renderlo nervoso quando legato, prima di chiedere al nostro giovane ed “inesperto” partner equino di restare fermo in stazione per diversi minuti dobbiamo essere sicuri che si senta perfettamente a suo agio nell’ambiente e che in presenza di stimoli improvvisi sappia gestirsi. Proverò qui a darti qualche consiglio ed esempio pratico da poter mettere in atto con la tua partner equina. Ovvio che dovrò essere molto schematica e concisa, quindi per qualsiasi dubbio o difficoltà possiamo sempre sentirci e valutare insieme il da farsi.

Da quello che mi scrivi, la tua puledra nel suo paddock non è restia a farsi pulire, toccare, restare cioè ferma per diverso tempo nell’interazione con te, ma se portata fuori dalla sua zona confort tutto si amplifica, anche le sue reazioni agli stimoli ambientali. Quando é legata al box lei sa bene di essere limitata nei movimenti di reazione. La vedi perciò muovere molto i piedi (attivazione dell’istinto di fuga), indietreggiare (lotta contro la pressione), fino (come nell’episodio che mi hai raccontato) ad arrivare a scivolare in preda al panico (incapacità di gestione e controllo delle emozioni).

Quando ci relazioniamo con un cavallo, in particolare con un puledro, è importante sapere che loro (a differenza nostra) percepiscono/vedono il “mondo reale” per dettagli: sono infatti i piccoli dettagli (ancora di più se sono per loro delle novità!) a creare preoccupazione/ interesse nel nostro partner equino. La nostra percezione dell’ambiente è differente: tendiamo a guardare il mondo reale in maniera “astratta”, cioè nel suo insieme, perdendo di vista un gran numero di particolari. Mi è parso di capire che al di là della marcata inesperienza della puledra, al momento da un punto di vista relazionale non ci siano problemi, perciò penso che prima di insegnare ad Adeline a stare legata devi focalizzare la tua attenzione su: 

  1. comprendere come Adeline percepisce l’ambiente che la circonda (al di fuori della zona confort), lavorando sull’ esplorazione ambientale e desensibilizzazione a stimoli
  2. aiutarla a migliorare la sua capacità di gestione delle emozioni primarie (principalmente la paura).
Prima di legarla in un ambiente che non la fa sentire a suo agio, spendi il tuo tempo nel farglielo conoscere. L'esplorazione ambientale è una forma di apprendimento esperienziale che nei cavalli non deve mai mancare e deve avvenire prima di qualsiasi richiesta.

Step 1_ Grooming in area confort

La fiducia e la voglia di interagire con noi è spesso la chiave di risoluzione positiva dei problemi comportamentali. Avete entrambe vissuto una brutta esperienza, perciò prendi del tempo per ristabilire la giusta armonia tra voi. Nella zona confort crea delle attività appaganti, ovvero quelle attività riconosciute dai nostri partner equini come attività/riti sociali, utili a fortificare la relazione e migliorare la loro condizione di benessere psico-fisico. Con una puledra così piccola il grooming (rito sociale per eccellenza) è una delle attività migliori da proporle.

Step 2_ Condizionamento positivo (capezza e lunghina)

Un cavallo non nasce sapendo che cosa è una capezza e una lunghina e, spesso, non ci rendiamo nemmeno conto che, una volta messe, non è assolutamente automatico che il cavallo ci segua, sappia cioè quello che deve fare. Avendo a che fare con cavalli più grandi, educati ed addestrati, il rischio è quello che con il tempo si diano per scontato troppe cose. É facile, perciò, cadere nella credenza che un cavallo debba, per esempio, aumentare l’andatura alla nostra pressione delle gambe, piuttosto che fermarsi se creiamo una pressione con la lunghina o che, al suono della “rana”, debba partire al trotto. Questi sono solo alcuni esempi di convinzioni errate. Non è così, tutto avviene a seguito di condizionamento ed é tramite un corretto e adeguato condizionamento che insegniamo al nostro cavallo il comportamento da adottare quando legato. Prima di chiedere al nostro cavallo di stare legato, dobbiamo essere sicuri che accetti di buon grado la capezza e che risponda correttamente alle pressioni che crea la lunghina.

In pratica: Resta nella sua zona confort e mettile la capezza, solo la capezza. Una volta indossata dille “brava” e dalle una ricompensa. Aspetta qualche secondo e ripeti. Attenzione però a quando sfili la capezza: Adeline non deve scappare via come se non vedesse l’ora di togliersi di dosso quell’arnese. Quindi con molta, molta calma, sfila la capezza, preparandoti subito con un “brava” e la ricompensa. Rimetti, ritogli. Se senti che la tua cavallina è perfettamente a suo agio, fai una piccola pausa lasciandole su la capezza e ricompensando. Dagli qualche minuto di svago, condividendo lo spazio con lei. Se ha del fieno a disposizione lasciala mangiare. Passati qualche minuto da poter riavere la giusta attenzione della puledra, prendi in mano la lunghina. Fagliela annusare, passala su tutto il corpo e poi agganciala al gancio di conduzione della capezza. Crea delle piccole pressioni e rilascia. Fai due passi con lei e rilascia.

   Capezza e lunghina significano "andiamo", ma devono significare anche "fermo, resta, tranquillo".  

Bene ora posizionati davanti alla tua cavalla, resta li ferma, respira con il diaframma. Non creare alcuna pressione, rilassati. Se te la senti, chiudi anche gli occhi. Respira. Resta nel qui e d’ora. La tua cavalla non è forse ferma davanti a te? Tu in quel momento sei stata la sua condizione positiva dello stare legata, l’esempio di “status emotivo” da avere. Quella sensazione che hai provato tu e la stessa che deve avere lei quando la porterai in scuderia davanti al box. Con calma…

Step 3_ Esplorazione ambientale

C’è qualcosa in quella scuderia che non la fa sentire a suo agio…Bene! Devi assolutamente scoprire cosa è! Spazio chiuso? Nuovi rumori? Percezione di rumori dove non è possibile risalire/visualizzare la fonte? Cambi di luce? Presenza di altri cavalli? Movimenti continui di persone, carriole, cibo? non legarla li, per lo meno non adesso.

In pratica: percorri il corridoio della scuderia più volte, falla interagire con gli oggetti, resta ferma con lei al tuo fianco e respira. Ricorda la sensazione presentata nello step 2 e riproponila. Quando quell’ambiente sarà per lei “normale”, allora potrai passare a legarla al box (step 4).

Step 4_ Esempio pratico (post evento “traumatico”)

Giorno 1: ci siamo Adelina si sente a suo agio anche in quella scuderia, è arrivato perciò il momento di fare un ulteriore passo in avanti. Inizia con il metterla in posizione frontale al box. Resta 30 secondi così, dille “brava” e  ricompensa. Fate due passi e riportala davanti al box. É tranquilla? Bene, questa volta restate ferme qualche secondo in più e, come sempre, dille “brava” e ricompensa. Se dovesse, invece, agitarsi tu resta calma e respira, resta nella richiesta fino a quando lei non si tranquillizza, a quel punto ricompensa. Con calma. Tutto bene? Se si, per oggi può bastare. Cambia attività.

Giorno 2: rimettila frontale al box, 30 secondi, “brava”, ricompensa, due passi. Ritorna. Fai passare la lunghina alla grata del box senza legarla. Togli le mani dalla lunghina o tieni l’estremità finale senza creare pressioni. Respira e rilassati. Altri 30 secondi, “brava”, ricompensa, due passi. Cerca di aumentare il minutaggio (2-5 m) senza arrivare mai al limite di “sopportazione” della puledra.

Giorno 3: Ripeti la stessa sequenza, ma questa volta legala con un nodo di sicurezza o con l’aiuto dei dispositivi di sicurezza (vedi paragrafo successivo). Resta in stazione per 5-10 m e nel mentre magari puliscila.

Seguendo questo schema, man mano che passeranno i giorni, maggiore sarà il tempo in cui Adeline riuscirà a stare legata in assoluta tranquillità. L’importante è che fai le cose con calma, senza fretta.

DUE VALIDI ALLEATI: consigli e strategie utili

Ti sto per proporre due alternative complementari tra loro e che, nella mia esperienza, sono risultate essere molto efficaci. Un cavallo da imitare (a) e l’uso del Blocker Tie Ring (b).

(a) Per un giovane puledro, l’esempio di un cavallo che ha esperienza dell’ambiente e nel controllo delle emozioni è fondamentale. Si tende spesso a consigliare l’esempio di un cavallo “guida” nelle passeggiate, ma perché non adottare questo metodo anche nelle pratiche quotidiane? Se saputo gestire nel modo corretto è assolutamente funzionale.

Se Adeline ha un cavallo a cui fa particolare affidamento e questo risulta essere un buon cavallo maestro, è giunto il momento di provare a chiedergli aiuto. In questo caso però dovrai farti aiutare da un’altra persona che gestirà l’altro cavallo.

In pratica: fai uscire Adeline dal suo paddock, fate passeggiare i due cavalli insieme per qualche minuto, poi facendo avanzare il cavallo più esperto, dirigetevi verso la scuderia. Posizionate i due cavalli a distanza di sicurezza, ma comunque affiancati. Sono sicura che la tua puledra percepirà l’ambiente  e gli stimoli in maniera diversa e vedendo l’altro cavallo tranquillo e a suo agio, molto probabilmente lo sarà anche lei.

(b) il Blocker Tie Ring è un anello di sicurezza antipanico che può risultare un valido alleato con i cavalli che entrano facilmente in panico quando si sentono legati e iniziano a tirare. Il sistema è brevettato affinché nel momento in cui il cavallo tira indietro, la lunghina si allunga dolcemente (per qualche cm) senza strattoni o ulteriori pressioni, riducendo drasticamente gli incidenti. Di seguito un video per capirne il funzionamento.

É importante, però, che tu sappia che gli "alleati", i condizionamenti e le ricompense devono essere funzionali alla costruzione di un comportamento che verrà mantenuto a distanza di tempo, anche e soprattutto, in assenza di essi. L'educazione di un puledro è una questione molto delicata, che richiede tempo e soprattutto esperienza. É sempre opportuno perciò farsi seguire da un professionista.

© Elena Cammilletti

ABILITÀ COGNITIVE: ECCO COME MIGLIORARLE NEL NOSTRO CAVALLO

Un cavallo sereno è un cavallo che ha sviluppato le abilità utili a sopravvivere ed adattarsi ad un determinato ambiente, unica e vera prerogativa di ogni animale presente sulla Terra.

L’adattamento è il parametro con cui si valuta il comportamento dell’animale e il suo benessere psicologico, che peraltro non può essere separato dalla salute fisica e dal benessere sociale.

< Ambiente e sviluppo della abilità devono viaggiare di pari passo >

Utilizziamo il termine “abilità” per indicare la capacità di applicare le conoscenze (che sono a loro volta il risultato dell’assimilazione delle informazioni tramite l’apprendimento) per risolvere i problemi o portare a termine dei “compiti”.

Quando nello specifico facciamo riferimento alle abilità cognitive, intendiamo tutti quei processi mediante il quale l’animale percepisce, mantiene, recupera, manipola, utilizza e manifesta informazioni.

Rientrano tra le abilità cognitive (ne vediamo alcune):

  • la percezione: processo mediante il quale l’informazione è acquisita tramite i sensi (vista, udito, olfatto, tatto e gusto) e registrata come “esperienza”
  • l’attenzione: capacità mediante il quale l’animale  filtra ed elabora le informazioni/stimoli provenienti dall’ambiente
  • il riconoscimento: processo mediante il quale viene categorizzato un oggetto a seguito dell’ associazione del suo utilizzo
  • la memoria: abilità grazie al quale l’animale assimila nuove informazioni e le recuperare nel tempo
  • abilità motorie: capacità di muovere il proprio corpo
  • comunicazione: capacità di emettere o comprendere suoni/gesti
  • funzioni esecutive: processi cognitivi superiori, nella quale vengono messe in atto le funzioni basi (dalla percezione alla comunicazione) per raggiungere uno scopo ben preciso. Tra queste rientrano: la capacità di pianificare un’azione, la regolazione delle emozioni, la flessibilità cognitiva, la modifica e regolazione di un comportamento.

LE ABILITA’ NELLA PRATICA

Di seguito troverete un video di un particolare esercizio che ho proposto al giovane Hopi, Appaloosa di 5 anni.

L’obbiettivo di questa sessione di lavoro è quella di ottenere attenzione e partecipazione attiva da parte del cavallo, mettendo alla prova le sue abilità di memorizzazione e generalizzazione di una determinata informazione acquisita (cambia l’oggetto su cui deve appoggiare lo zoccolo, ma l’abilità richiesta è la stessa), nonché le sue capacità motorie. Aiutandomi con il rinforzo positivo, ho precedentemente insegnato ad Hopi a salire su delle padane fisse, non basculanti, prima basse e poi molto alte, prima con una zampa, poi con l’altra, poi con entrambe.

In questo video viene riportata un’altra sessione di lavoro, dove per la prima volta gli viene richiesto di appoggiare l’arto (dx o sx a seconda della mia indicazione) su un ceppo.

Perché queste richieste? Non di certo per prepararci a qualche spettacolo circense! Hopi ha enormi abilità cognitive e trova particolare appagamento nello svolgere esercizi nei quali può utilizzarle, migliorarle e metterle alla prova. Avere “scoperto” questa sua caratteristica, ha fatto sì che tante problematiche comportamentali legate alla sua storia venissero con il tempo superate.

VIDEO LEZIONE

  • STEP 1- SENSORY ANALYSIS
  • STEP 2- BASIC REQUEST
  • STEP 3- ADVANCE REQUEST
  • STEP 4_ INTRINSIC MOTIVATION
  • STEP 5_RELATIONSHIP

STEP 1- SENSORY ANALYSIS

L’apprendimento, nonché le abilità cognitive, sono strettamente legate all’utilizzo dei sensi. L’interiorizzazione positiva di uno stimoli avviene sempre e solo quando il cavallo ha la possibilità di valutare la situazione tramite i suoi sensi. Ha bisogno di vedere, sentire, “toccare”, annusare e spesso anche gustare.

Qualsiasi sia l’oggetto con cui il cavallo dovrà “interagire” dategli il giusto tempo per analizzare liberamente lo stimolo: c’è chi si dirigerà incuriosito e propenso a conoscere l’oggetto, chi invece ne avrà timore. Ad entrambi serve comunque tempo per analizzare e raccogliere informazioni.

STEP 2- BASIC REQUEST

Le richieste devono essere direttamente proporzionali alle abilità che il cavallo ha già acquisito. Non è corretto chiedergli di mettere il piede su una pedana molto alta, se non ne vuole sapere di passarne una a raso terra. Tutto deve avere una sequenza logica e le richieste devono essere fatte con un’ottica di progressione.

In questo specifico caso, Hopi è già in grado di salire sulle pedane, anche quelle alte un metro da terra. Nonostante questo, mi rendo perfettamente conto che cambiando la tipologia di base su cui dovrà appoggiare l’arto, e soprattutto essendo una base non fissa, devo incominciare con una richieste “semplice”.  Inizio, perciò, posizionando il ceppo di legno sdraiato a terra.

STEP 3- ADVANCE REQUEST

Hopi è davvero formidabile e nella stessa sessione di lavoro posso già modificare e rendere più complessa la mia richiesta. Attenzione però! La difficoltà dell’esercizio richiesto aumenterà in base alla capacità di apprendimento del cavallo con cui stiamo interagendo. Non serve raggiungere l’obbiettivo finale in un’ unica sessione, anzi spesso risulta controproducente.

Non abbiate mai fretta!!! I risultati si ottengono con il tempo e con molta, molta, pazienza e perseveranza!

Posiziono il ceppo in verticale ed ecco che Hopi, senza alcuna esitazione, riproduce il comportamento richiesto precedentemente. Direi che la sua capacità di generalizzazione è ottima!

Per generalizzazione si intende quel processo mediante il quale l'animale (umano compreso) utilizza le abilità acquisite in situazioni diverse.

STEP 4- INTRINSIC MOTIVATION

Come ho precedentemente sottolineato, per ottenere questo comportamento da Hopi, ho utilizzato un rinforzo positivo (biscotti). Un comportamento che non è rinforzato, nel tempo va in estinzione (questo avviene anche in natura se l’ambiente non fornisce le sufficienti quantità di rinforzo). Per farsi che il cavallo mantenga  un determinato comportamento, e che quindi non lo metta in atto solo perché ricompensato (motivazione esterna), dobbiamo fare in modo che  riproduca quello specifico comportamento per il piacere di farlo (motivazione interna, intrinseca).

Mettere in atto un comportamento per "il piacere di farlo" significa che il cavallo mentre lo fa è sereno, attivo, assolutamente collaborativo e partecipante. 

STEP 5- RELATIONSHIP

La relazione deve essere l’obbiettivo principale di chi interagisce con un animale, qualsiasi esso sia. Ogni azione che andremo a compiere o a richiedere inciderà, più o meno positivamente, sul rapporto con il nostro cavallo. Se le attività che gli proponiamo sono per lui gratificanti e soprattutto utili, riconoscerà in noi un partner umano affidabile, responsabile e degno della sua attenzione e fiducia.

Terminato il lavoro prendiamoci sempre il giusto tempo per coccolare e gratificare il nostro partner equino.

© Elena Cammilletti

LE 6 ABILITA’ MENTALI CHE OGNI CAVALIERE DOVREBBE AVERE!

Si può essere dei bravi partner umani per il nostro cavallo? Dei veri e propri “motivatori”, in cui l’animale riconosce e ritrova un punto di rifermento per migliorare le proprie abilità e adattarsi meglio all’ambiente? Ovviamente sì, ma dobbiamo andare ben oltre al concetto classico del “rider”, cavaliere.

Essere un bravo cavaliere non significa solo saper eseguire correttamente determinati gesti tecnici, portare a termine un percorso di salto ostacoli senza errori o montare qualsiasi tipo di cavallo. Essere un bravo cavaliere significa, anche, saper controllare i propri istinti, le proprie ambizioni, restare nell’umiltà di voler apprendere e migliorare. Ma vediamo insieme le 6 caratteristiche (o approccio mentale) principali che ogni rider dovrebbe avere (ne riporto solo alcune, che reputo essere indispensabili nella relazione cavallo-uomo).

Le 6 (delle molte) abilità che un rider deve sviluppare
1_ OSSERVAZIONE E VALUTAZIONE
2_ SAPERSI PORRE I GIUSTI OBBIETTIVI
3_ SAPER COMUNICARE
4_ ESSERE APERTI ALLA CONOSCENZA
5_SAPER GESTIRE LE PROPRIE EMOZIONI
6_ CREATIVITA’ SENZA L’USO DI METODI COERCITIVI

1_ OSSERVAZIONE E VALUTAZIONE: un buon rider deve saper “osservare” in maniera assolutamente oggettiva il suo partner equino. Deve conoscere le abitudini, i comportamenti e notare, nel dettaglio, anche i più piccoli cambiamenti. Deve poi essere in grado di valutare e analizzare le situazioni e gli ambienti, in maniera tale da anticipare (e quanto più possibile evitare) situazioni sgradevoli, garantendo confort e sicurezza.

2_SAPERSI PORRE I GIUSTI OBBIETTIVI: obbiettivi semplici, chiari e giusti, ci danno la possibilità di crescere e migliorare. E in questo rientra, soprattutto, la comprensione delle abilità proprie e del proprio cavallo. Gli obbiettivi devono essere fissati a seconda delle reali possibilità che l’ambiente, il cavallo e la nostra esperienza ci forniscono, non dimenticandosi che l’obbiettivo principale di un buon rider deve essere il benessere psico-fisico del suo cavallo, il ché significa la ricerca del totale appagamento delle esigenze fisiologiche proprie della specie (ambiente, quotidianità, relazioni sociali, attività proposte, ecc.)

3_ SAPER COMUNICARE: per comunicare nel modo corretto con un cavallo è fondamentale avere una buona conoscenza e padronanza del nostro corpo, che risulta essere la chiave di comunicazione che fa la differenza con il partner equino. Saperlo usare nel modo corretto, averne a pieno il controllo, conoscere e riconoscere ogni parte, ci permette di sviluppare una comunicazione chiara ed efficace. Gestualità, mimica, prossemica, capacità di utilizzare a pieno i propri sensi, sono caratteristiche che, se allenate correttamente, ci rendono abili nel linguaggio non verbale. Durante l’interazione con i propri cavalli, molti cavalieri fanno un uso improprio delle parole (verbosità), facendo dei veri e propri monologhi fini a se stessi.

4_ ESSERE APERTI ALLA CONOSCENZA: avere una mentalità corretta fa la differenza. L’approccio da parte di chiunque, dal neofita al professionista, dovrebbe essere quello di “non volere mai smettere di imparare”. La conoscenza, l’affidarsi alla scienza e al buono studio, permettono di incrementare la nostra formazione e migliorare la performance relazionale. Non dobbiamo quindi solo limitarci alla tecnica equestre, ma dobbiamo addentrarci nello studio del comportamento, della psicologia (equina), nonché dei meccanismi di apprendimento e gestione delle emozioni, che risultano essere fondamentali in fase di lavoro.

5_ AVERE UNA BUONA CAPACITA’ DI GESTIONE DELLE EMOZIONI: essere capaci di gestire le proprie emozioni non significa non provarle! Tutti abbiamo paura, ma non tutti sanno come gestirla. Questa è la sostanziale differenza che in ambito relazionale ci porta ad avere più o meno successo. Provare emozioni, accettarle (qualunque esse siano), evitando di fare “proiezioni”, ci aiuta ad utilizzare le nostre emozioni in modo vincente e ad agire in maniera più funzionale nelle situazioni.

6_ CREATIVITA’ SENZA L’USO DI METODI COERCITIVI: un bravo cavaliere è colui al quale il partner equino si affida, in armonia e con collaborazione. La collaborazione non si ottiene infliggendo dolore o con la forza, quella è sottomissione, è ben altra cosa! Non reputo un bravo cavaliere chi, utilizzando i peggio aiuti o finimenti, porta a termine una gara o riesce a portare in passeggiata proprio quel cavallo che non ne voleva sapere! Trovo, invece, un bravo partner umano chi ricerca delle strategie intelligenti per risolvere i problemi che si presentano, chi si mette in gioco e in discussione, chi con fatica e con il tempo ottiene risultati di accettazione e approvazione da parte del proprio cavallo, là dove c’erano rifiuti e negazioni.

© Elena Cammilletti