I MAESTRI- LA STORIA DELL’ARTE EQUESTRE

Ho sempre sostenuto che l’equitazione è un’arte e come ogni arte richiede tempo, lunghe attese, preparazione e tanti, tantissimi sacrifici. L’arte equestre è il risultato di menti eccelse e di eccellenti cavalli. Come vedremo nelle slide sono diversi i maestri che si ricordano, ma in fondo nemmeno poi così tanti se stiamo a contare gli anni.

Un excursus su quelle che sono state le varie scuole di pensiero, i maestri e i metodi. Non voglio condizionare il pensiero di nessuno, ma questa ricostruzione storica, a me personalmente, ha dato materiale su cui riflettere! La cultura equestre è generalizzabile e dovrebbe essere conosciuta da tutti, i metodi poi possono essere parzialmente o totalmente condivisi, oppure non condivisi affatto.

Le nostre menti, però, dovrebbero sempre restare aperte alla conoscenza.

Disponibile il pdf delle slide del video

©Elena Cammilletti

Rollkur: la cattiva equitazione.

Rollkur: la cattiva equitazione.

Nel 2008 la FEI definisce questa “tecnica” addestrativa come un “abuso mentale” messo in atto nei confronti del cavallo.
Per quanto ancora incomprensibilmente sono aperti dibattiti sulla nocività o meno di questa “pratica”, il rollkur (incapucciamento, iperflessione) avviene quando il cavallo montato curva il collo e la testa fino ad arrivare (anche) a toccarsi il petto con la bocca e il naso. Provocato dall’utilizzo innappropriato di imbocature, redini elastiche, di ritorno, ecc., nonché da una mano “pesante” di un cavaliere che non ricerca di certo la leggerezza.
Un’ esegerazione nel gesto atletico vista di buon occhio e condivisa da cavalieri che, probabilmente, ben poco sanno del benessere e della buona equitazione.
Oltre a creare un evidente danno fisico al cavallo (lesioni alla bocca, danni alle vertebre cervicali nello specifico all’atlante ed all’epistrofeo, compressione del midollo spinale, contratture di vario grado,ecc.); il danno é anche a livello mentale.
Il rollkur inibisce, o meglio riduce, la possibilità di utilizzare uno dei sensi più importanti per il cavallo: la vista. Il campo visivo é notevolmente ridotto. Un cavallo che non é libero di utilizzare i propri sensi é, e resterá sempre, un cavallo insicuro, nervoso e non collaborativo, anche se apparentemente performante.
Studi riportano, inoltre, una elevata incidenza dello sviluppo di stereotipie in cavalli che, montati, mantengono questa posizione innaturale del collo e della nuca. Perché? Perché il rollkur causa un enorme stress nel cavallo e i comportamenti aberranti o steriotipati sono il risultato a lungo termine di questa condizione psicologica ed emotiva dell’animale, che sfoga in questo modo la sua frustrazione.
L’arte equestre é ben altro.
Elena Cammilletti

LIBERTY HORSE TRAINING: UN “GIOCO” INDISPENSABILE PER LA RELAZIONE CAVALLO-UOMO

Il gioco racchiude in sè tutte quelle attività legate all’esplorazione e alla comunicazione.

Il cavallo è un animale sociale, gerarchico, che attraverso le interazioni sociali (riconducibili anche ai momenti di gioco) apprende specifici comportamenti: impara a distinguere ciò che può fare e ciò che non deve fare. Non solo, sono proprio queste opportunità relazionali che permettono al cavallo di migliora le sue naturali abilità (motorie, cognitive ed emotive).

Alcuni definisco il lavoro in libertà  un’attività “ludico-ricreativa”, di scarso spessore, volta a coloro che si vogliono semplicemente “dilettare” con il cavallo.

Nella realtà è un’attività molto complessa, che si basa su importanti teorie dell’apprendimento, volta ad educare non solo il cavallo, ma anche i cavalieri che la praticano!

É quindi, in questo solo ed unico senso, che chi fa lavoro in libertà gioca con i cavalli!

person s hand touch horse nose

L’ABC DEL LIBERTY TRAINING: requisiti minimi ed equipaggiamento

Partiamo con l’elencare i requisiti minimi per iniziare ad allenare il nostro cavallo al lavoro in libertà.

  • Conoscere l’etogramma del cavallo (conoscere e saper riconoscere i comportamenti e i segnali che il cavallo manda)
  • Avere un buona padronanza del proprio corpo e delle proprie emozioni
  • Avere molta, moltissima pazienza
  • Saper essere un buon leader (e quindi aver sviluppato importanti abilità comunicative e tecniche)
  • Saper motivare il proprio partner equino
  • Sapersi guadagnare la sua fiducia

Equipaggiamento per iniziare:

  • tondino o arena, per iniziare è meglio uno spazio circoscritto
  • capezza e lunghina (a portata di mano)
  • stick (o frustino da dressage), strumento utile a mantenere la distanza, toccare il cavallo nelle diverse aree e spostarlo.

DOMANDE FREQUENTI:

  • CHE COSA è IL LAVORO IN LIBERTA’? Il lavoro in libertà è un’attività nella quale il cavaliere fa delle richieste da terra al cavallo, senza l’uso di  finimenti, capezze e lunghine, ecc.
  • DOVE SI SVOLGE? Ovunque, ma all’inizio è meglio sviluppare l’attività in un campo circoscritto, come un tondino. Questo permetterà a noi e al cavallo di avere tempi di risposta/reazione più corrette.
  • QUALI SONO GLI OBBIETTIVI? L’obbiettivo principale del lavoro a terra è quello di migliorare la relazione con il partner equino, educarlo e migliorare, tramite il gioco, le sue abilità naturali (cognitive, motorie ed emotive). Migliorando abilità e dialogo, ad averne un enorme beneficio è anche la performance.
  • QUANTO TEMPO CI VUOLE PER OTTENERE RISULTATI? La fretta è cattiva consigliera e, in questo caso, controproducente. Il lavoro il libertà è il risultato finale di un lungo percorso di comunicazione e addestramento. Non c’è un tempo prestabilito: bisogna dare il giusto tempo al cavallo per imparare (rispettando il suo ritmo).
  • IL LAVORO IN LIBERTA’ è SOLO IL RISULTATO DI UN BUON RAPPORTO TRA CAVALLO E CAVALIERE? No, è il risultato di un lavoro corretto di educazione e addestramento, ma senza “relazione” (e tutto quello che implica, che vedremo successivamente) che lavoro in libertà sarebbe?

DUE TIPOLOGIE DI LAVORO IN LIBERTA’

herd of horses on grass field
  • La prima è una tipologia di lavoro in libertà che parte fin da subito. Il cavallo non conosce i finimenti e non è mai stato condizionato dall’uso di essi.
  • La seconda è una tipologia di lavoro in libertà eseguito dopo aver condizionato il cavallo a rispondere alle nostre richieste (seguirci, andare indietro, ecc.) tramite l’azione di lunghine o altri finimenti.

Sono entrambe due modalità corrette, ma se scegliamo di interagire con un cavallo che non è mai stato condizionato neanche alla capezza e lunghina, è necessario comprendere le difficoltà e i rischi a cui potremo andare incontro. É fondamentale che si abbiano le basi della comunicazione (o linguaggio) equina, che si sappia riconoscere ed interpretare nel modo corretto i segnali lanciati dal cavallo o dai cavalli (se in branco) e che si riesca a prevedere le conseguenze delle nostre azioni, sapendo gestire al meglio le situazioni che si potrebbero presentare, in totale sicurezza.

É IMPORTANTE SAPERE CHE:

  • il cavallo è un animale gregario e gerarchico: il cavallo per sua natura necessità “dell’altro” e sviluppa tutte le sue relazioni sociali attraverso un sistema gerarchico, se non è il leader ha bisogno di averne uno.
  • il 99% del suo modo di comunicare è attraverso il corpo
  • è una preda per tanto non pensa in modo diretto, va a risparmi energetico, attua comportamenti (quando si sente in pericolo) di fuga o lotta (fight or flight) e fa esattamente l’opposto di ciò che vorrebbe un predatore.

RELATIONSHIP: le 3 regole d’oro del Liberty Training

1) DIVENTA IL SUO LEADER

Il cavallo ha bisogno di un leader, che nei cavalli corrisponde a quel soggetto (solitamente la femmina più anziana) che emana affidabilità, esperienza, coraggio, forza di volontà. Attraverso una sorta di particolare magnetismo riesce a mettere a suo agio e far sentire in sicurezza l’intero branco. Non solo, è in grado di prendere decisioni per il bene comune.

Il nostro cavallo si aspetta questo da noi. Affinché ci riconosca come un leader è necessario dimostrare una certa (reale) forza interiore. Nella relazione uomo-cavallo, il cavallo necessita di ricevere da noi delle indicazioni.

Dobbiamo essere in grado di trasmettergli regole semplici, chiare e coerenti! Se senza costrizioni, coercizioni e stress, riusciamo ad essere accettati come leader, oltre ad esserne particolarmente felici, dobbiamo essere anche consapevoli della responsabilità che ne deriva.

2) SII IL SUO “LUOGO SICURO”

Un modo per guadagnarsi la fiducia del nostro partner equino è quello di liberarlo dalla paura e dallo stress! 

Paura e stress sono una condizione fisiologica naturale perché legate all’istinto di sopravvivenza, ma se in eccesso (alimentate da noi o dall’ambiente in cui il cavallo vive), causeranno lo sviluppo di importanti patologie comportamentali.

Come afferma un grande uomo di cavalli: “non sono sufficienti carote e biscottini”. Il cavallo ricerca principalmente la sicurezza e se noi siamo in grado di dargliela, attraverso una corretta comunicazione, senza forzature, ecco che riusciremo facilmente ad arrivare al loro cuore.

3) RISPETTARE I SUOI TEMPI ( CHE SPESSO NON CORRISPONDONO AI NOSTRI!!)

É importante dare al nostro cavallo il tempo di imparare. Il ritmo? Sarà lui a dettarlo! Le nostre aspettative e i nostri desideri non devono trasformarsi in noiose e stressanti ripetizioni.

LA PRATICA: esercizio base

Gli esercizi da eseguire nel liberty training sono davvero tantissimi e tanto dipende anche dalla creatività e dalla sinergia del binomio. Per lavorare in autonimia nel liberty trainig (ricordo che il cavallo lavora in totale libertá) é necessario avere già esperienza nel campo equestre e nella comunicazione, nonché avere delle buone basi di conoscenza sul comportamento equino. Ma, se seguiti da un professionista, possiamo iniziare a praticare degli esercizi base proprio per sviluppare esperienza, abilità e conoscenza che ci porteranno, nel tempo, a condurre un corretto lavoro in libertá. Inizialmente potremmo avvalerci dell’aiuto della capezza e della lunghina, o di campi circoscritti ( come un tondino). Una volta che il lavoro sará ben interiorizzato, allora possiamo metterci alla prova in totale libertá.

Un primo esercizio che potremmo chiedere al nostro cavallo é quello del “body language”. Attraverso la postura e la prossemica possiamo lanciare diversi segnali, facendo così delle specifiche richieste. Inoltre, grazie a questi esercizi, imparemo ad utilizzare il nostro corpo comunicando (cioé nella maniera corretta). Ecco alcuni esempi di body language:

  1. ” Ti propongo di non fare niente”: fermati di fronte al tuo cavallo a una distanza di circa 1,5m. Mantieni una posizione neutrale, datti il tempo di pensare e di respirare lentamente. Mantieni le tue spalle e la tua testa leggermente in avanti, completamente rilassate. In questo modo stai insegnando al cavallo a restare vicino a te, in tranquillità. Ricorda che il cavallo ha come istinto principale quello della fuga, se non si sente a suo agio si allontanerá da te.
  2. “Ehi, sto per chiederti di fare qualcosa. Prestami la tua attenzione!”: alza la tua energia. Inspira profondamente e solleva la testa. Apri le spalle e aumenta “la tensione” del corpo. Stai dando un segnale di allerta, stai chiedendo cioè al tuo cavallo di alzare la sua energia e di “attivarsi”.
  3. “Segui le mie richieste”: aumenta lo spazio (bolla prossemica) che c’è tra te e il tuo cavallo. Come? Respira profondamente e tira in fuori il petto. Testa alta ed occhi negli occhi con il cavallo. Stai chiedendo al tuo cavallo di accettare che sia tu a prendere il controllo della situazione, stai stabilendo una gerarchia.                   
  4. “Fai qualche passo indietro”: se la postura mantenuta nel punto 3 non è sufficiente, chiedi al tuo cavallo di fare qualche passo indietro. Ci sono diversi modi per farlo. Puoi avvalerti della capezza e della lunghina (per una prima fase di condizionamento preparatoria al liberty training), creando ritmicamente delle leggere pressioni sul naso; o semplicemente utilizzando il tuo corpo (spalle e busto in avanti, facendo dei passi in avanti). La richiesta di spostamento e il relativo successo fa si che il soggetto richiedente sia gerarchicamente di grado superiore.   Il grado di intensità? Dipende dalla risposta del partner equino.                                                                                         

Personalmente mi avvalgo del lavoro in libertá anche nel complesso percorso della rieducazione comportamentale di alcuni cavalli, oltre che per l’educazione dei puledri. Risulta essere, quindi, un importante aiuto educativo e rieducativo.

Il liberty training  (possibile step successivo del lavoro a terra condizionato, dove agiamo per mezzo di strumenti e/o finimenti) è molto articolato e complesso, richiede molto tempo e costanza, ma i risultati che si possono ottenere sono davvero eccezionali.

Questi sono solo alcuni spunti di riflessione che, se presi nel modo corretto, ti apriranno la strada ad un’ equitazione sana e appagante: quella dalla parte del cavallo! Buon lavoro… In libertá!

                     ©Elena Cammilletti                                                                                                                 ©Elena Cammilletti                                                                                                                                                     

NON PERDERE IL CORSO “LIBERTY HORSE TRAINING: CONDURRE NOI E IL NOSTRO CAVALLO AL LAVORO IN LIBERTA’.” 20 MARZO 2022, PRESSO IL CENTRO EQUESTRE LUNA BLU & CAVALLINATURA.

Per maggiori informazioni ec.etologiaequestre@gmail.com

LO SAPEVI CHE ANCHE I CAVALLI SOFFRONO IL SOLLETICO?

Sensazione cutanea risvegliata dal contatto lieve e ripetuto di oggetti leggerissimi sulle parti più sensibili del corpo, accompagnata spesso da riflessi e reazioni difensive intense“_definizione di solletico

Ebbene si, sembrerà strano ma anche i cavalli come gli altri animali (umani compresi) soffrono il solletico, ma ahimè loro non ridono! Il Flehmen, o erroneamente chiamato “sorriso equino”, non corrisponde a quello che noi  interpretiamo come “sorriso o risata”. Questa reazione del labbro superiore è un comportamento sociale utile a incanalare gli odori attraverso l’uso di particolari ghiandole olfattive.

Solitamente si pensa al solletico come a qualcosa che suscita ilarità e divertimento, ma non tutti gli animali “ridono” o associano quella sensazione a qualcosa di “fastidiosamente divertente”!

É interessante però sapere che ci sono alcuni animali, come i primati e i ratti, che invece reagiscono esattamente come alcuni di noi al solletico: ridono! La scienza lo ha dimostrato grazie alle conclusioni di Darwin nel 1872 e Jaak Panksepp qualche anno fa.

Curiosità…Vi è capitato mai di toccare delicatamente sotto la pancia del vostro cavallo e questo inizia a muoversi o a tirare calcetti? Spesso cavalli con pelle e manto sottili (per razza, stagione o tosature), o giovani cavalli non abituati al contatto, al tocco lieve o ripetuto reagiscono mostrando i classici segnali “di fastidio”. É importante sapere che sotto la pelle vi sono moltissime terminazioni nervose, che quando vengono stimolate attraverso il contatto con l’epidermide, generano dei riflessi involontari. Il tocco legato a ciò che definiamo per solletico equivale per loro a sentire un insetto che si posa sul corpo. Non scapperanno, ma si dovranno “scrollare di dosso” il fastidio. Cercate di capire quali sono per loro le aree particolarmente sensibili e trovate il giusto modo di toccarle. Ricordate che ogni cavallo é a sé e generalizzare, sopratutto in questo ambito, non va mai bene.

A volte a fare la differenza può essere la scelta del materiale di una spazzola, altre volte il saper regolare l’intensitá di tocco su quella specifica area. La scelta di rimproverare o punire il cavallo, anche in questo caso, non é una scelta saggia. Punire riflessi incondizionati non farà altro che portare il cavallo a manifestare antipatici segnali antagonistici. Optate sempre per la buona educazione, per non dover ricorrere poi alla “ri-educazione”.

©Elena Cammilletti

CAVALLO E CANE: UN LEGAME PRESO IN CONSIDERAZIONE ANCHE DALLA SCIENZA.

Lo sapevi che tra cane e cavallo si possono creare dei legami eccezionali?

Ebbene si! Anche se molto diversi, hanno una struttura cognitiva tale per cui, tra i due, si creano dei segnali comunicativi ed affiliativi molto singolari.

Studi recenti, portati avanti dall’etologa E. Palagi, riportano che cane e cavallo arrivano addirittura a giocare insieme e che riescano, con una velocità impressionante, a imitare le espressioni facciali l’uno dell’altro (mimica facciale rapida).

Come è possibile che un predatore e una preda riescano a creare dinamiche di gioco? Ma soprattutto come fanno a muoversi in sincronia?

É stata, per l’appunto, l’osservazione di movimenti sincronici a suscitare interesse nei ricercatori. Anche se non è ancora stato spiegato a fondo il motivo che spinga questi animali a giocare, non dimentichiamoci che cani e cavalli fanno parte della stessa classe animale: sono entrambi mammiferi, con una struttura cognitiva molto sviluppata, il che rende la comunicazione possibile ed efficace.

LA RICERCA: è stato richiesto a degli studenti di ricercare su youtube dei video in cui vi erano cani e cavalli che, secondo specifici criteri, sviluppassero delle attività ludiche per più di 30 secondi. In poco più di un anno gli studenti hanno selezionato 20 video. L’obbiettivo prefissato era quello di ritrovare esempi di mimica facciale tra le due specie. Nei video le sessioni di gioco duravano circa 79 secondi e si poté osservare che alcuni comportamenti erano uguali. Un comportamento particolamente interessante che è stato analizzato è stato quello che, in gergo, viene chiamato “relaxed open-mouth display”, un “sorriso” riprodotto da 10 cavalli e 12 cani.

Ma andiamo più a fondo nella questione e consideriamo il fatto che, entrambe le specie addomesticate, riconoscono le espressioni facciali dei loro simili e degli altri animali (umani compresi), fattore e caratteristica che rende questi animali più “sintonizzati alle emozioni altrui rispetto agli animali selvatici”.

La Palagi arriva perciò a dedurre che forse “anche specie molto diverse possono mettere da parte i loro istinti e scegliere di concedersi qualche momento di svago”.

A sostegno di tale ricerca, l’ecologa Barbara Smuts affermò che “tramite un linguaggio comune e sfruttando la migliore dinamica per entrambi (il gioco) tra cane e cavallo si crea e mantiene saldo un legame”.

Altri studi riportano che l’affinità che si crea tra cane e cavallo derivi principalmente da una affinità intellettiva: i cani, infatti, non riescono a creare le stesse dinamiche con altri animali che presentano strutture cognitive meno articolate.

© Elena Cammilletti

COMPORTAMENTI DIVERSI A SECONDA DELLA SPECIE

Salve Elena. Mi sono sempre chiesta se i cavalli si comportano con noi come si comporterebbero con i loro simili. Secondo lei è sufficiente osservare il comportamento tra conspecifici per comprendere il nostro cavallo? Mi sa dire qualcosa in merito all’argomento? Ludovica.

Salve Ludovica. L’osservazione etologica, ovvero osservare il nostro cavallo in un contesto etologicamente corretto senza interferire nelle sue relazioni intraspecifiche, è sicuramente un buon punto di partenza (se non addirittura quello più efficace) per comprendere il suo linguaggio, previo studio dell’ etogramma (tabella in cui vengono riportati i comportamenti innati della specie).

Ci tengo però a sottolineare che per quanto il codice comunicativo sia lo stesso, perché per l’appunto proprio del suo essere cavallo, i comportamenti solitamente non sono gli stessi, alcuni possono essere simili, altri comuni, ma altri (la maggior parte) vengono espressi in maniera differente.

La relazione uomo-cavallo è una relazione interspecifica (tra due individui appartenenti a specie diverse). Come per noi è chiara la distinzione tra un nostro simile (umano) e un qualsiasi altro animale, così lo è per il nostro partner equino. L’approccio che il cavallo avrà con un altro cavallo non sarà mai uguale a quello che avrà con noi, egli infatti attuerà in maniera conscia ed inconscia tattiche differenti, condizionate da associazione ed esperienze fatte nel corso della sua vita.

 "Se osserviamo un cavallo relazionarsi con un uomo, potremo osservare attitudini e comportamenti differenti rispetto a quelli che vedremo con i suoi conspecifici". 

© Elena Cammilletti

AFFILIAZIONE EMOTIVA: IL LEGAME TRA DUE SPECIE DIFFERENTI

"L'innata tendenza a concentrare la nostra attenzione sulle forma di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarsi emotivamente" E.O. Wilson
field animal agriculture farm

Perché alcune persone hanno la tendenza ad affiliarsi emotivamente ad un animale? Cosa scatta nella mente dell’uomo quando vi entra in relazione? E poi ancora, che cosa ha in particolare il cavallo che da secoli e secoli accompagna l’uomo nella sua quotidianità?

Si tratta di biofilia (amore per la vita), ossia la tendenza motivazionale dell’uomo verso il mondo animale. Secondo tale concezione si considera l’animale in grado di “dialogare” con l’uomo, soggetto attivo e non passivo. L’animale, infatti, ha un suo specifico profilo caratteriale, emotivo e motivazionale che in qualche modo contamina l’uomo.

" L'animale è un essere capace di sue risposte in maniera dinamica sulla base degli stimoli che riceve poiché è in grado di ragionare sul mondo" (principio cardine della zooantropologia).

Tutto ha inizio da…

La scoperta dell’uomo di poter condividere parte della sua vita con altre specie ha origini antichissime: dobbiamo, infatti, pensare alla preistoria (periodo storico anteriore a qualsiasi documentazione diretta). Se i primi contatti tra uomo e animale furono di tipo, probabilmente, agonistico, nel tempo l’uomo iniziò ad osservarne il comportamento, trovando strategie di interazione e contatto sociale, utili a soddisfare specifiche necessità legate principalmente al loro utilizzo.

In passato l’esigenza era, per l’appunto, prettamente legata all’utilizzo dell’animale: alcune teorie sostengono che, a seguito di addomesticamento, i cani per esempio venivano usati per protezione del proprio territorio. Altri animali come mucche, maiali ed inizialmente cavalli, venivano allevati per consumo alimentare. I cavalli, nello specifico, con il passare del tempo diventarono addirittura dei veri e propri mezzi di trasporto. Una necessità che si é via via sempre più radicata, man mano che gli uomini iniziarono ad abbandonare la vita nomade in favore dello stanziamento.

Col svilupparsi di società umane sempre più evolute e complesse, iniziarono anche a modificarsi le relazioni che vi erano con gli animali.

Sfogliando i libri vedremo come in alcune culture gli animali venivano associati ad entità divine o venivano loro attributi poteri, diventavano così i protagonisti di leggende ancora oggi tramandate. La sacralità di alcuni animali fa ancora parte di alcune culture in questa era moderna. Fu così che con il passare del tempo l’utilizzo esclusivo dell’animale divenne “relazione”.

Il rapporto che si instaura tra uomo e animale è dovuto ad un processo di domesticazione. J. Serprell

L’uomo verso l’animale: ecco quali potrebbero essere le motivazioni (non sempre giuste!)

  • l’animale viene ricercato e visto come “mezzo”, uno strumento cioè per soddisfare/raggiungere i propri fini (psicologico, emotivo, performante, fisiologico…)
  • l’uomo essendo anch’esso un animale ha la tendenza e la necessità di entrare in relazione sia con i propri simili che con individui di specie differenti
  • l’animale viene considerato dall’uomo un sostituto di un legame affettivo
  • amore e passione per la biodiversità spingono l’uomo verso l’animale, in un’ottica di non antropomorfizzazione degli individui di altre specie
  • ricerca di un senso di appagamento

Perché proprio il cavallo?

Le doti atletiche (come velocità, resistenza, robustezza) e la loro indole, incline alla convivenza con l’uomo, gli ha permesso di non essere considerato solo ed esclusivamente come animale da “carne”. Fu per questo motivo che l’uomo iniziò a relazionarsi con il cavallo in forma diversa.

Le prestazioni fisiche dei cavalli hanno sempre risvegliato nell’uomo un certo interesse, come abbiamo visto, fin dai tempi antichi: a differenza di altri animali, può tranquillamente sostenere in nostro peso, essere perciò montabile, risultando (seppur oggi come oggi è sbagliato generalizzare) più facilmente addestrabile.

Se in passato le prestazioni atletiche del cavallo suscitavano interesse nell’uomo al fine di utilizzarlo come mezzo di trasporto, oggi resta alto l’interesse ai fini equestri. Per fortuna nel tempo l’interazione con il cavallo non è più solo legata allo sfruttamento delle sue doti atletiche, ma vi è stato un riconoscimento (seppur ancora non totalmente ufficiale) delle sue caratteristiche emotive ed affiliative.

© Elena Cammilletti

Relazione Uomo-Cavallo: un rapporto in continua evoluzione (Parte 2- la teoria)

“Condizione propria di due o più termini in quanto analoghi, interdipendenti o reciprocamente commisurabili; rapporto, connessione”.

Se si ricerca sul dizionario il significato della parola “relazione” é questa la definizione che viene riportata. É perciò chiaro che quando si  parla di relazione si intende il rapporto che intercorre tra due o più elementi, mediante uno specifico linguaggio (gesti, parole, lettere, codici, ecc), in un determinata circostanza e in un determinato ambiente.

Il completamento di una relazione, quindi rapporto, ne genera un legame più o meno intenso, più o meno duraturo.

Netta e assolutamente necessaria é la distinzione che dobbiamo fare quando parliamo di relazione. Vedremo infatti che nel regno animale si tratterà nello specifico di r. intraspecifica e r. interspecifica.

Per r.intraspecifica si intende il rapporto che vi é tra membri della stessa specie (cavallo-cavallo); mentre quando si parla di r.interspecifica si fa riferimento al rapporto che intercorre tra individui di specie diversa (cavallo-uomo). Un cavallo abile nel creare relazioni intraspecifiche non é detto che lo sia in quelle interspecifiche, cosi per l’uomo. La propensione agli animali, oltre che a una passione e una scelta più o meno etica, deriva appunto dalla capacità di mettere in atto abilità relazionali con individui diversi per specie. 

Ma quali sono queste abilitá?

  1. Avere una conoscenza etologica dell’animale di interesse (cavallo)
  2. Riconoscere di far parte integrante dell’ambiente
  3. Relazionarsi restando nel qui ed ora
  4. Essere abili nel vivere le proprie emozioni ed accettarle per imparare a gestirle nel modo corretto
  5. Sapersi rispettare (spazi, tempi, caratteristiche, ecc.)
  6. Ricerca di un appagamento individuale e collettivo
  7. Autenticità

1 Avere una conoscenza etologica dell’animale di interesse, nello specifico del nostro cavallo, significa nella sua massima generalità conoscerne il comportamento.  Il campo di interesse di questa scienza si focalizza principalmente sui fattori “scatenanti” del comportamento, interni o esterni, prossimi o immediati: ovvero la motivazione, cioè il perché un cavallo si comporta in un determinato modo. Andremo così a studiare la filogenesi e l’ontogenesi equina, per comprendere meglio come i geni, nonché i tratti anatomici siano funzionali e/o influenti su specifici comportamenti, come il cavallo comunica con i suoi simili, i suoi meccanismi di apprendimento e memoria, le sue dinamiche sociali (corteggiamento, riproduzione, cure parentali,  strategie di difesa, cooperazione, altruismo, abilità e competenze relazionali, ecc.), analizzeremo le abitudini migratorie, nonché alimentari e l’habitat naturale. Conoscerne gli aspetti etologici significa per noi avere tutti gli strumenti utili a garantire il loro benessere.

2 Ambiente:” è un sistema complesso di fattori fisici, chimici e biologici, di elementi viventi e non viventi e di relazioni in cui sono immersi tutti gli organismi” . Insieme quindi di strutture, suoni, rumori, odori, stimoli, ma anche complesso di condizioni sociali, relazionali, morali ed emozionali propri degli essere viventi. Non è forse vero che, come il cavallo fa parte di uno specifico ambiente, anche noi (con la nostra presenza) facciamo parte del suo? Come approcceremmo se nell’ambiente si presentasse un nuovo stimolo e dovremmo farglielo conoscere? Agiremmo secondo le teorie di assuefazione o desensibilizzazione, presentando lo stimolo il tempo utile e in egual modo affinché il cavallo si abitui completamente. Bene, proviamo a ritenerci uno stimolo, con la importante variabile che noi per atteggiamento, odori, emozioni, ecc., non siamo sempre uguali, e diamogli il tempo di abituarsi alla nostra presenza, senza pretendere subito da lui qualcosa.

3 L’imparare a stare nel “qui ed ora” è un’esigenza sempre più frequente e che accomuna sempre più persone.  Restare nel “qui ed ora” è l’abilità del restare nel momento presente, senza andare con i pensieri nel passato, ne fare proiezioni nel futuro. Questo é l’obbiettivo di molti filoni new age e tecniche meditative, che stanno in qualche modo ricordando all’essere umano la sua più grande capacità innata. Ebbene si, perchè essendo anche noi animali siamo perfettamente in grado di strutturare le nostre azioni e i nostri pensieri nel momento presente. Purtroppo per chi non riesce a farlo, crea un divario relazionale con il partner equino che ha di fronte. Il cavallo per sua natura vive sempre nel momento presente, sempre attento a ciò che in quello specifico momento sta succedendo. Vi riporto un semplice esempio: se nel mentre puliamo o giriamo in tondino il nostro cavallo guardiamo la pagina Facebook sul telefonino, interessandoci di ciò che fanno gli altri e non di quello che sta facendo lui, beh in quel momento non stiamo certo dando dei segnali di “presenza” o di affidabilità, caratteristica principale di un leader. Il cavallo ricerca in noi un individuo abile ed attento, lucido, presente e costante (anche nelle emozioni). Inoltre, eccessive proiezioni sul futuro (ciò che potrebbe succedere) limita il nostro agire, così come focalizzare le nostre energie e la nostra mente su un fatto avvenuto nel passato (ieri in quel punto, il mio cavallo si è spaventato!), agevolano comportamenti non desiderati. Nell’oggi, nel presente, c’è la novità e mai l’abitudine, sta a noi saperla cogliere.

4 Viviamo in una società dove ci viene insegnato a “non avere paura”, creando nella mente dell’uomo una sorta di paura della paura. Cosa succede se abbiamo paura? Assolutamente niente! É un’emozione primaria e come tale, transitoria. Se la viviamo, nello specifico momento in cui arriva e la accettiamo, al pari della gioia, ecco che non si cristallizzerà dentro di noi. Passerà, muterà e in qualche strano modo ci arricchirà. Ho parlato della paura, ma potrei riportare lo stesso esempio sulle altre emozioni. Accettarle e viverle a pieno dentro di noi è il miglior modo per imparare a gestirle. Noi siamo la nostra mente e siamo le nostre emozioni. Le emozioni vanno perciò vissute ed accettate come tali, senza giudizio. Come fanno gli animali quando hanno paura? La manifestano,  la vivono, non si creano un giudizio su loro stessi se provano paura, e la lasciano andare. Vi sentireste in difetto o incompetenti se vi sentiste felici? É allora perché farlo quando si provano emozioni scomode?

5 Rispetto: “sentimento e comportamento informati alla consapevolezza dei diritti e dei meriti altrui, dell’importanza e del valore morale, culturale di qlco”. Il concetto di rispetto va estenso anche in relazione al rispetto degli spazi, propri e altrui, e rispetto dei reciproci tempi: ogni individuo necessita, infatti, di tempo per mettere in atto o modificare determinati comportamenti (sia in ambito relazionale che di apprendimento). Nella relazione uomo-animale si sente spesso parlare di “rispetto”, ma per alcuni forse ancora non è ben chiaro come applicarlo. La forma più autentica e concreta di rispetto che potremmo avere nei confronti degli animali è, innanzitutto, la “non umanizzazione”, o meglio detta antropomorfizzazione, del nostro partner equino. Ogni specie ha la propria capacità espressiva, le proprie esigenze, le individuali e singolari caratteristiche che vanno comprese, accettate come tali, quindi, rispettate e, in questo, l’etologia gioca un ruolo fondamentale.

6 Nello sviluppo di un rapporto, le dinamiche che si creano possono rendere la relazione funzionale o di-sfunzionale. Le dinamiche interne del singolo soggetto (personalità, esperienze, caratteristiche fisiologiche, ecc.) influiscono sulle dinamiche dell’altro, cosi come le dinamiche esterne (ambiente, avvenimenti, ecc.) possono influenzare più o meno positivamente su un soggetto o entrambi gli individui. Affinché si crei una relazione funzionale è necessario che entrambi i soggetti siano, nella loro individualità,  appagati e che l’unione di dei due crei dinamiche positive e di crescita per entrambi. L’appagamento del cavallo è direttamente proporzionale al soddisfacimento delle sue esigenze primarie (legate principalmente all’ambiente, alla gestione e alle relazioni sociali). Nell’uomo è, invece, un processo leggermente più complesso, che deriva comunque dal soddisfacimento dei propri bisogni (di specie). Un uomo appagato è quindi colui che nell’ambiente, nelle attività che svolge, nelle relazioni, ecc., ritrova il completo soddisfacimento ed espressione del suo essere (libero da proiezioni e da frustrazioni).

Sono diversi i motivi che possono spingerci a far entrare nelle nostra quotidianità un animale, ma posso consigliarvi  (per esperienza) di non scegliere mai quello di “utilizzarlo” per sopperire a delle mancanze umane ( conferme, accettazione, affetto umano, comprensione, riconoscenza, ecc.). Spesso tale esigenze si rivela, con il tempo, la causa di rapporti disfunzionali. Un animale può darci affetto, riempire le nostre giornate, regalarci momenti unici e ricordi che tolgono il fiato, ma il tutto secondo le loro proprie ed uniche caratteristiche di specie. Innamoratevi della loro diversità, non snaturateli, dategli lo spazio che meritano e di cui hanno bisogno, non fate inutili proiezioni (tipicamente umane) nella lettura dei loro comportamenti. Anche qui l’etologia, ha sempre il suo fondamentale ruolo. Lasciateli “animali”, e create una relazione con loro da animale umano ad animale non umano (uomo-animale).

7 “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti” una frase celebre di Pirandello, sempre attuale e, purtroppo, assai veritiera. Una frase che però è esclusivamente umana. Nel regno animale, tra animali non umani non esistono maschere sociali. Non esistono rapporti basati su bugie, cattive e non dichiarate intenzioni, manipolazioni, sotterfugi o azioni nascoste. Tra animali non umani esiste solo ed esclusivamente l’autenticità, esistono rapporti basati su dichiarati intenti (siano essi positivi o negativi), in un contesto quindi di realtà della realtà. “Autentico è ciò che si riferisce alla nostra vera interiorità, al di là di quello che vogliamo apparire o crediamo di essere”. Ho lasciato per ultimo il concetto di autenticità, inteso come “il mostrarci per quello che realmente siamo”, perché è una caratteristica molto soggettiva e priva, in tal senso, di regole convenzionali. Gli animali si mostrano a noi per quello che sono realmente e si aspettano da noi lo stesso, ecco perché quando si vive a stretto contatto con loro é inevitabile l’intraprendere un lungo percorso di lavoro su noi stessi. “Se rinasco vorrei essere un (scegliete voi l’animale)” è una frase che spesso sento dire. “Invidiamo” la loro vita perché pare priva di preoccupazioni, conflitti e ne notiamo, spesso, una perfetta armonia. Sarà perché il loro essere autentici rende tutto più semplice? Pensateci su…

Nell’entrare in relazione con un animale entriamo in contatto la nostra istintualità e questo spesso ci permette di scoprire doti che nel tempo, di generazione in generazione, si sono un po’ perse.

Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di entrare in relazioni con specie diverse, che mi hanno permesso di scoprire in me abilità innate che non pensavo di avere. Una di queste è quella di agire restando nel momento presente: è stata un enorme svolta per me e per i miei animali.

Equilibrio tra istintualità e ragione, tra ciò che sta dentro e fuori da noi.

É così facilmente deducibile che il risultato della relazione con un animale, qualunque esso sia, dipenda quindi dal nostro modo di conoscere, agire ed essere. Un comportamento ne influenza, scatena, modifica un altro.

"Se non apporti cambiamenti dentro te stesso, non potrai mai aspettarti di cambiare la realtà fuori"

© Elena Cammilletti

Relazione Uomo-Cavallo: un rapporto in continua evoluzione (Parte 1: il racconto di una mia esperienza).

Nel momento in cui sto buttando giù queste poche righe, sono qui seduta nella morbida paglia del box, con accanto il mio fedele cane Akira, ad osservare la realizzazione di un sogno: la mia cavalla e la sua piccola puledrina di soli 4 giorni. 

Ho deciso di scrivere questo articolo o meglio racconto di una esperienza, dopo averne vissuta una che mi ha segnato profondamente e mi ha fatto molto, molto, riflettere: la nascita, per l’appunto, di Arizona.

Non è il primo puledro per me e non è il primo parto, ma non ritengo di avere sufficiente esperienza in tal campo se non in termini esclusivamente etologici (cure parentali, comportamento del puledro e della fattrice).

La sera del 25 aprile, Niya, ha deciso che era arrivato il momento di mettere al mondo Arizona. Un parto difficile, una zampina che non voleva uscire e una mamma talmente spaventata da ciò che stava succedendo che, invece che sentirla sua, ha tentato ripetutamente di calciarla e caricarla.

Ciò che era un meraviglioso sogno, stava per diventare un terribile incubo, ma la relazione tra me e la mia cavalla ha fatto la differenza.

Il tempismo ha fatto la differenza. L’avere il coraggio di correre quel rischio ha fatto la differenza. Sono riuscita a fare quella “manovra”, che ha riposizionato correttamente Arizona.

Il primo enorme problema era stato risolto, ma qualcosa mi diceva che non era finita li.

Conosco la mia cavalla, conosco il comportamento equino in generale, comprendo molto velocemente i segnali che i cavalli lanciano, per fortuna gli anni di esperienza in questo campo hanno giocato a mio favore. Ma ancora di più, conoscevo molto bene quello sguardo, quella postura, quei muscoli così terribilmente contratti. Temevo quello che da lì a poco sarebbe successo: mentre asciugavo la puledra ancora a terra, ecco che Niya sferra il primo calcio verso di lei.

Prendo immediatamente in mano io la cavalla e cerco di farla avvicinare, ma niente. Non vuole annusarla, calcia, raspa, la carica. Ho incassato tante di quelle botte per proteggere la puledra…

Sapevo esattamente cosa stava succedendo, qualsiasi manuale di etologia più o meno completo può dare una spiegazione a quel comportamento, ma sul campo bisogna trovare una soluzione rapida ed efficace, ed io dovevo trovarne una il più rapidamente possibile.

Ho iniziato ad ascoltare solo ed esclusivamente il mio sentire, rischiando ancora…

Sentivo che Niya in quel momento aveva bisogno di me e di tempo per capire cosa doveva fare. Sapevo che in un modo o nell’altro l’avrebbe accettata anche se era fuori controllo, sentivo che quei comportamenti innati legati alle cure parentali prima o poi sarebbero scattati, dovevo solo trovare il giusto modo di aiutarla a capire, impedendogli però di fare del male alla puledra. Non sto a raccontarvi tutto quello che è successo, scriverei pagine e pagine il che potrebbe anche annoiarvi, ma posso dirvi che ad un certo punto, il nostro rapporto ha cambiato le carte in tavola: se negli anni non avessi costruito quel rapporto con la mia cavalla, una cavalla che già di natura difficilmente si affida e si concede alle persone, con un carattere molto forte e determinato, non avrebbe voluto vicino nemmeno me, non mi avrebbe permesso di aiutarle.

Sono riuscita a tranquillizzarla, con la mia voce e con la mia presenza cosicché, diversi minuti dopo, seguendo la mia mano ha iniziato ad avvicinare il muso alla sua puledra.

I comportamenti a seguire sono stati un concatenarsi di emozioni e azioni innate, la stava sentendo sua.  Di lì a poco Arizona si è messa in piedi (per fortuna i due calci ricevuti non l’avevano compromessa), vogliosa di prendere il latte dalla mamma, una mamma che stava iniziando ad accettarla.

Per il momento Niya fa avvicinare solo me (e il mio cane a quanto pare) alla sua puledrina. In questi giorni le osservo molto e ho potuto notare una Niya diversa, molto più matura, posata, consapevole, risultando nei confronti di Arizona  premurosa, attenta e amorevole. Chi l’avrebbe mai detto? Io sicuramente!

Dopo tutto questo vortice di emozioni ho preso del tempo per riflettere. La mia scuola di equitazione e il mio metodo di educazione e addestramento, si fondano principalmente sulla costruzione di una relazione con il cavallo e, domenica, ne ho compreso ancora più nel profondo l’importanza.

Oggi più che mai voglio raccontarvi la mia esperienza, affinché si comprenda quanto sia fondamente che tra uomo e partner equino vi sia una relazione e quanto questa sia un'importantissima variabile che va ad incidere fortemente sul comportamento del cavallo stesso (nel bene o nel male). 

Nel prossimo articolo Relazione Uomo-Cavallo: un rapporto in continua evoluzione (Parte 2) vedremo insieme come strutturare e creare una relationship con il nostro partner equino. 

©Elena Cammilletti