MODIFICHE NEL COMPORTAMENTO. IL TUO CAVALLO DORME?

A volte per problemi di spazio, nuovi arrivi in struttura o più semplicemente per facilitare la gestione dei nostri cavalli, dobbiamo cambiare le loro abitudini spostandoli di box e/o paddock.

Spostare da un box all’altro un cavallo è per noi una cosa molto semplice e, molte volte, non ha conseguenze evidenti sul suo comportamento, ma ci sono sempre delle eccezioni.

Il cavallo è un animale che necessita di adattarsi all’ambiente in cui vive, di creare legami sociali stabili e abitudini quotidiane. Riconosce i ritmi di scuderia, le persone e i loro movimenti. È un abile osservatore dei dettagli e noterà con estrema sensibilità le più piccole variazioni. Tutto ciò che cambia nell’ambiente e nelle abitudini lo porterà a sviluppare, sia a livello cognitivo che emotivo, nuovi schemi adattivi. Quando un cavallo cambia ambiente o più semplicemente viene spostato da un box all’altro all’interno della stessa scuderia, dovrà abituarsi ed adattarsi al nuovo spazio che presenterà sicuramente delle differenze. Pensiamo anche ai cavalli che viaggiano per fare concorsi: il passaggio da una scuderia all’altra, il cambio di odori, rumori, suoni e abitudini richiederà un grosso sforzo adattivo.

Una delle possibili conseguenze è che il cavallo, a causa di una difficoltà di adattamento al nuovo spazio, mantenga un constante stato di allerta compromettendo così il tempo necessario al riposo. La mancanza di riposo ed un costante stato di ipervigilanza possono influire negativamente sulla performance del nostro cavallo, nonché sul suo comportamento e sul suo stato di salute.

Il cavallo è per natura una preda, il che lo porta necessariamente a mantenere uno stato di allerta persistente qualora si senta in pericolo o percepisca una minaccia. L’ipervigilanza è un meccanismo fisiologico comune a tutti gli animali, uomo compreso, che richiede molta energia e per il quale mente e corpo si preparano ad affrontare una situazione pericolosa. Un cavallo che è in allerta utilizzerà tutti i sensi per analizzare gli stimoli ambientali e sarà pronto alla fuga o al combattimento (fight or fligh).

animal head mane horse

Il riposo (che comprende l’ozio, il sopore e il sonno) rientra tra le necessità fisiologiche del cavallo al pari di alimentarsi, bere, muoversi, socializzare e riprodursi.

Secondo gli studi riportati da J.Bertone i cavalli hanno, come noi esseri umani, una fase di sonno molto leggera (circa 2 ore) nella quale il cavallo resta in piedi mettendo il peso su tre arti e lasciando a riposo uno dei due posteriori, una fase di sonno leggero (circa 3 ore, tipica e facilmente visibile nei puledri) dove si sdraia su un fianco, e una fase di sonno profondo (REM, circa 1 ora) dove il cavallo è completamente sdraiato anche con la testa.

Nella fase REM i muscoli perdono tonicità, si ha un abbassamento del battito cardiaco, degli atti respiratori e il cavallo perde in un certo senso contatto con l’ambiente circostante, non rispondendo agli stimoli proveniente dall’esterno.

I motivi per cui un cavallo non riposa e/o dorme possono essere:

  • Mancato adattamento all’ambiente
  • Isolamento dai suoi simili
  • Formazione di nuove gerarchie/dominanze
  • Cambi ambientali
  • Presenza di nuovi stimoli esterni
  • Dolore fisico
  • Mancanza di comodità
  • Scarsità di risorse

Mancato adattamento all’ambiente

Il cambio repentino e/o necessario di scuderia/box/ paddock, come detto in precedenza, possono essere motivo di ipervigilanza e quindi, di privazione del sonno. Il tempo permetterà al cavallo di abituarsi al nuovo ambiente e di ridurre così lo stato di allerta.

Isolamento dai suoi simili

Il cavallo è un animale da branco, necessità dei suoi compagni per sopravvivere, adattarsi all’ambiente, imparare le regole sociali, alimentarsi, riprodursi, ma anche per riposare! Allo stato brado, ma non solo, i cavalli riposano facendo “a turno”. Ci sono infatti delle sentinelle che rimangono sveglie per avvisare il branco in caso di pericolo, mentre altri riposano e/o dormono. Grazie alla fiducia interposta nei suoi compagni, il cavallo potrà così raggiungere la fase REM, una fase assolutamente necessaria per ricaricare le energie.

Formazione di nuove gerarchie/dominanza

Se introdotto in un nuovo branco, il nostro cavallo dovrà consumare energie per trovare una posizione all’interno di una gerarchia già stabilita. Per fare questo, spesso si privano della fase del sonno per dimostrare al branco di essere in grado di vigilare e di proteggerli da eventuali minacce.

Cambi ambientali

Immaginiamo che tra il nostro partner equino e la campagna vi fosse una struttura (gazebo, box, ecc.) ed improvvisamente questa venga smantellata. Il cavallo verrà così esposto maggiormente alla campagna e, in presenza di animali e/o rumori, intensificherà il suo stato di allerta, cosa che magari prima non faceva.

Presenza di nuovi stimoli esterni

Per facilitare il sonno dei nostri cavalli, è importante che durante la notte la scuderia non resti sempre illuminata ed è necessario limitare il più possibile rumori e suoni. Evitiamo di disturbarlo in continuazione nel box.

Dolore fisico e mancanza di comodità

Un dolore fisico che impedisce al cavallo di sdraiarsi lo priva della fase di sonno profondo, così come spazi troppo stretti, lettiere inesistenti, terreni troppo sassosi. Durante il giorno prestiamo attenzione se il cavallo si sdraia o più semplicemente si rotola. Questo è un dato importante che ci aiuterà a capire se il nostro cavallo si sente a suo agio nell’ambiente dove si trova.

Scarsità di risorse

La mancanza di risorse alimentari porta il cavallo a ridurre le ore di riposo. La necessità di trovare risorse per sopravvivere è più importante. Al contrario delle stagioni invernali, in primavera e in estate, salvo periodi di forte siccità, i terreni risultano essere più rigogliosi e la vegetazione più fitta. Il caldo e la presenza di insetti, porta il cavallo a prediligere il risparmio energetico dedicando più ore al riposo.

© Elena Cammilletti

EDUCAZIONE, ADDESTRAMENTO, RIEDUCAZIONE: CHE CONFUSIONE!!

Chi è nel mondo dei cavalli, o degli animali in generale, avrà sicuramente sentito parlare di “educazione”, “addestramento” e “rieducazione”. Termini spesso utilizzati in maniera approssimativa, come sinonimi, che in realtà indicano specifiche e differenti attività. C’è differenza, quindi, tra educare un cavallo ed addestrarlo, abissale poi è la differenza che c’è tra educarlo/ addestrarlo e ri-educarlo. La difficoltà resta per i proprietari di cavalli che, di fronte a specifiche esigenze, non sanno a quale figura professionale rivolgersi.

Vediamo di capire insieme cosa indicano queste tre parole ed impariamo a contestualizzarle correttamente.

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Educazione

Presupponendo che, al di là dei comportamenti innati, un puledro alla nascita non ha esperienze, l’educazione è fondamentale ed assolutamente necessaria per permettere all’animale di sviluppare abilità utili ad adattarsi meglio all’ambiente dove vive e a creare relazioni interspecifiche (se si tratta di regole dettate dall’uomo) o intraspecifiche (se le regole sono dettate da conspecifici) corrette.

Il termine “educare”/ “educazione” deriva dal latino “ex ducere”, che significa “tirare fuori” una potenzialità/abilità. Si può educare quindi un animale alle regole sociali e relazionali, utili a favorire la comunicazione e la convivenza anche con individui di specie diversa. L’educazione è un processo in rapida evoluzione, nella quale non esistono parametri fissi e immutabili. Se fattori interni (età, sviluppo, esperienze) e fattori esterni (ambiente, cambio del partner umano, cambio di partner equino, ecc) cambiano, si modificheranno anche le regole educative fino ad allora stabilite e i comportamenti dovranno così adattarsi alle nuove richieste. 

Considerando che oggigiorno, nella maggior parte dei casi, il cavallo è un animale domestico perché inserito in un ambiente “umano”, costruito/pensato e gestito da esseri umani, nella quale la loro presenza è preponderante, è assolutamente indispensabile che venga educato correttamente affinché possa adattarsi meglio all’ambiente dove vive, limitando così la possibilità che manifesti problemi comportamentali.

Addestramento

Addestrare significa invece “rendere destro”, rendere un animale capace di compiere una determinata azione. Migliorare cioè le sue doti innate e specifiche a scopi amatoriali, sportivi, ecc.

L’addestramento è utile ad ottenere una performance. In questa fase si insegna al cavallo uno specifico compito, modellato secondo le nostre esigenze. L’addestramento può iniziare solo quando il puledro ha raggiunto una certo sviluppo psico-fisico, mentre l’educazione prima inizia meglio è! Trovo che comunque l’addestramento, sviluppato con metodo ed esercizi specifici, sia assolutamente utile. Immaginiamo di dover insegnare al nostro cavallo di salire su una pedana che bascula. Grazie a questo esercizio appreso il cavallo avrà la possibilità di migliorare abilità innate che in questo caso saranno abilità legate alla locomozione (equilibrio, coordinazione, ecc.). Non dimentichiamoci che il cavallo è una preda e per lui migliorare e sviluppare abilità significa garantirsi la sua sopravvivenza.

Relazione con l’uomo: educazione o addestramento?

Per avere una relazione sana e condividere serenamente spazi e momenti con il nostro cavallo, non è quindi indispensabile che sia “addestrato”, ma bensì che sia educato. Un cavallo correttamente educato vivrà la relazione con l’uomo serenamente, nel rispetto delle regole sociali e senza manifestare comportamenti deviati. Prima di correre alla ricerca del risultato da un punto di vista della performance è importante, quindi, dedicare il nostro tempo all’educazione dell’animale. Se ben educato, migliore saranno anche le risposte in addestramento. L’addestramento è metodo, l’educazione è un insieme di convenzioni. È pur vero però, che in molti casi educazione ed addestramento viaggiano di pari passo.

Rieducazione

L’azione di rieducare un cavallo significa “ri-tirare fuori” potenzialità e abilità perse o modificate. Significa, quindi, correggere comportamenti e azioni, ormai patologiche, sviluppate a causa, solitamente, di ambienti inadatti, o da cattiva gestione, da traumi, ecc. Ambiente e comportamento sono strettamente collegati tra loro. Un cavallo che vive in un ambiente che non appaga le sue esigenze fisiologiche e che non ha relazioni sane, molto probabilmente svilupperà comportamenti che andranno a ledere al suo benessere psico-fisico. La rieducazione si avvale di un ambiente etologicamente corretto, di un metodo individuale composto da esercizi specifici, ma soprattutto della comprensione del comportamento e dello stato emotivo del soggetto.

Le figure professionali: a quali rivolgersi e perché

Nel mondo equestre, a differenza degli altri campi, non esistono chiare e nette distinzioni e ruoli professionali. Ci sono gli istruttori e tecnici, gli addestratori, gli educatori (anche se è un termine poco usato nell’equitazione, più diffuso nella cinofilia) e i rieducatori. A queste figure professionali, si aggiunge la parola “comportamentista” quando la persona, per studi e formazione, conosce e riconosce i problemi comportamentali. Spesso gli istruttori e tecnici svolgono anche la funzione di addestratori e, spesso, chi si occupa dell’educazione dei cavalli fa anche lo step successivo dell’addestramento, e così via. In base all’esperienza e alla formazione è chiaro che una persona può rivestire più ruoli ed avere diverse competenze.

Quando si hanno problemi nella gestione e nella relazione con il proprio partner, e opportuno quindi rivolgersi ad un educatore: colui cioè in grado di aiutare il cavallo a sviluppare abilità cognitive, emotive e motorie utili ad adattarsi all’ambiente e volte a migliorare il rapporto con il proprio partner umano.

Se, per esempio, si vuole imparare a montare il cavallo nelle tre andature, ci si dovrà rivolgere ad un istruttore (colui che è in grado di formare cavalieri ed è abilitato ad insegnare l’arte equestre).

Se volessimo insegnare al cavallo una particolare disciplina dovremo rivolgerci ad un addestratore.

Se, invece, il cavallo manifesta comportamenti deviati si farà rifermento ad un rieducatore (colui che è in grado di recuperare cavalli che mostrano comportamenti patologici).

Fatta un po’ di chiarezza sulle terminologie e sulle varie figure professionali mi auguro, per il bene dei cavalli, che con il tempo si formino sempre più educatori ed addestratori competenti e che ci sia sempre meno bisogno dei rieducatori.

© Elena Cammilletti

FAI UN BEL RESPIRO PROFONDO!

L’equitazione è uno sport che prevede l’interazione tra due soggetti, cavallo e uomo, appartenenti a specie diverse. Conoscere il cavallo da un punto di vista etologico, quindi capire il suo comportamento, capire ed imparare il suo linguaggio, comprendere il suo stato emotivo, ci permette di avere più padronanza nella gestione delle situazioni che potremmo dover affrontare, così come conoscere noi stessi, il nostro corpo e il nostro modo di reagire. Spesso si sottovaluta l’importanza del training autogeno (auto distensione mente-corpo), nonché la capacità di controllo del proprio stato emotivo quando veniamo esposti a situazioni di stress.  

Riuscire a controllare le emozioni quando si interagisce con un cavallo è uno dei requisiti fondamentali che un cavaliere dovrebbe sviluppare per poter ottenere una buona performance, tanto più per instaurare una corretta relazione con il proprio partner equino e riuscire a gestire al meglio gli imprevisti che potremmo dover affrontare.

Le emozioni influiscono sul nostro modo di agire e spesso non ci permettono di interpretare nel giusto modo alcune risposte e/o comportamenti manifestati dal cavallo.

Le reazioni che potremmo avere di fronte a una situazione di stress potrebbero essere molteplici, ma quando paura e ansia prendono il sopravvento, a subire un cambiamento sono anche le nostre risposte fisiologiche: ci sarà infatti un aumento del battito cardiaco, degli atti respiratori, una maggiore produzione di sudore, una maggiore rigidità muscolare, ecc.

Studi recenti dimostrano che i cavalli, grazie a queste risposte fisiologiche che il nostro corpo manda, sono in grado di percepire la paura nei loro partner umani, ma è ancora presto per sostenere che questa influenzi totalmente il loro comportamento. Certo che, con soggetti molto ansiosi, è necessario che il cavaliere riesca a mantenere un atteggiamento più tranquillo possibile, in modo da essere più chiaro e preciso nella comunicazione.

L’atteggiamento mentale con cui affrontiamo una lezione di equitazione o, più in generale, un problema che potrebbe manifestarsi con il nostro cavallo fa la differenza.

L’atteggiamento mentale con cui ci relazioniamo al cavallo, fa la differenza

Ci sarà capitato di vedere cavalli cambiare comportamento e attitudine in base al cavaliere con cui entrano in relazione: oltre alla bravura tecnica e comunicativa che potrebbe incidere molto sul risultato, anche l’atteggiamento mentale con cui si affrontano le situazioni ha la sua rilevanza.

Se ci convinciamo che il nostro cavallo con noi fa sempre una determinata cosa (per es. rampare) e ci fossilizziamo solo sulla possibilità che quel comportamento si manifesti, sarà molto probabile che tale comportamento verrà manifestato con più frequenza.

Conoscere la paura per imparare a gestirla

La paura è un’emozione primaria legata all’istinto di sopravvivenza che, se non gestita correttamente, potrebbe metterci in situazioni di maggiore pericolo, aumentando così la probabilità di incidente. La paura, e l’ansia che ne deriva, ha molteplici origini e non sempre riusciamo a capire cosa esattamente ci provoca questo stato d’animo.

Accettarla e prendere consapevolezza che è normale avere paura, è un primo passo per superarla. C’è una frase che dovremmo tutti fare nostra “il coraggio è fatto di paura”.

Ognuno di noi ha qualcosa che lo spaventa, che lo blocca o che lo rende vulnerabile. Questo avviene in tutte le specie animali.

È importante, però, capire come reagiamo in condizioni di forte stress e qualora fossimo soggetti che si bloccano o che perdono totalmente il controllo di se stessi, dobbiamo acquisire abilità e consapevolezza di quello che possiamo fare e siamo in grado di fare, “allenando” così il nostro corpo e la nostra mente a mantenere la calma anche sotto pressione.

Se, per esempio, il nostro cavallo scarta improvvisamente e ci parte al galoppo in campo aperto è inevitabile che ci potremmo spaventare, ma la differenza sta nel come immediatamente reagiamo alla cosa. Ricordiamoci però che la sicurezza è indispensabile: non dovremmo mai metterci nella condizione di non essere preparati ad affrontare determinate situazioni.

Quando ansia e paura derivano da un trauma

Per chi pratica equitazione e/o è a contatto con i cavalli gli sarà certamente capitato di cadere o di farsi accidentalmente male. Il rischio è da mettere in conto.

Ci sono però delle cadute o degli episodi che lasciano il segno, soprattutto emotivo, influenzando poi il nostro modo di interagire con i cavalli.

Con i giusti tempi e facendoci aiutare dai giusti professionisti (e in questi rientrano anche e soprattutto i cavalli), tutto si supera.

Cerchiamo di non focalizzare l’attenzione solo su ciò che è avvenuto, ma pensiamo invece al percorso che abbiamo fatto, ricordandoci quali sono i nostri punti di forza. Ricominciamo il prima possibile l’attività: mettere il corpo “in movimento” libera le endorfine, ci permette di scaricare l’adrenalina e liberare la mente.

Mente libera e analisi razionale della situazione

Restare nel “qui ed ora”, quando si lavora con i cavalli, è molto importante. La nostra mente dovrà essere perciò sgombra da qualsiasi pensiero e/o preoccupazione. Cerchiamo di focalizzare la nostra attenzione solo ed esclusivamente sul momento presente, attivando i nostri sensi per un’analisi più concreta dell’ambiente. Cerchiamo di cogliere i dettagli e i segnali che ci manda il nostro cavallo, in modo da essere soggetti attivi nella comunicazione. Riuscire ad elaborare in maniera corretta l’atteggiamento del cavallo e l’ambiente che ci circonda, ci darà la possibilità di prevenire situazione sgradevoli.

Conoscere i propri limiti

Dobbiamo essere onesti con noi stessi e capire cosa realmente siamo in grado di fare. Se è da poco tempo che pratichiamo equitazione, dobbiamo prima pensare ad imparare molto bene la base in luoghi contenuti e poi salire di difficoltà, magari andando in campagna o montando cavalli un po’ più giovani.

Ognuno di noi ha una propria personalità, un suo modo di agire e reagire, le sue fragilità e i suoi punti di forza. Questo vale non solo per noi, ma anche per i nostri cavalli.

È importante comprendere che, per ottenere dei buoni risultati, non dobbiamo affrettare i tempi. Il tempo, gestito nella maniera corretta, permetterà a noi e al nostro cavallo di costruire un rapporto basato sulla fiducia, sulla comprensione reciproca e sulla collaborazione.

La respirazione

La respirazione, se saputa usare nella maniera corretta, è una nostra grandissima alleata nel controllo delle emozioni. Per riportare le funzioni fisiologiche in uno stato normale è importante saper respirare, se necessario, con il diaframma.

Solitamente tendiamo a respirare gonfiando il torace, zona che contiene organi come cuore e, ovviamente, i polmoni che in caso di ansia vengono già sovra-stimolati. Portare la respirazione verso il basso, quindi verso l’addome, ci permetterà di decongestionare il torace e gli organi annessi, riportandoci a uno stato di calma.

ESERCIZIO IN SELLA

Per migliorare la capacità di controllo della respirazione sotto stress, “impariamo” a respirare in maniera performante in una situazione di assoluta tranquillità. Cerchiamo un luogo di lavoro dove, sia noi che il nostro cavallo, riusciamo a sentirci a proprio agio e nella quale non vi siano stimoli nuovi. Bene, saliamo in sella al nostro partner equino e facciamo subito 3 respiri profondi. Liberiamo la testa da qualsiasi pensiero.

Ora chiediamo al nostro cavallo di partire al passo. Lasciamo le redini lunghe e, nel mentre, mettiamo una mano sull’addome. Cerchiamo di inspirare spingendo la pancia verso la mano e poi espiriamo. Noteremo che man mano che il nostro respiro si regolarizza il nostro corpo e i nostri muscoli si rilasseranno.

Avete notato anche qualche cambiamento nel cavallo? Ha forse disteso l’incollatura?

Come noterete gli effetti saranno immediati. Continuate ad esercitarvi anche in andature superiori, in modo da ricorrere alla respirazione diaframmatica ogni qualvolta sarete messi sotto pressione.

© Elena Cammilletti

CAVALLO: ANIMALE DOMESTICO. CONOSCIAMO LE SUE REALI ESIGENZE FISIOLOGICHE?

Quando, in relazione ad un animale, si utilizza il termine “domestico” si fa riferimento a quel processo (domesticazione) mediante il quale un’ intera specie animale si è adattata alla convivenza con l’uomo (“vivere in cattività”), modificando le caratteristiche genetiche e comportamentali, attraverso generazioni e generazioni, come risultato dell’ addattamento ai cambiamenti ambientali, spesso repentini.

Al contrario, quando parliamo di “addomesticazione” non si fa riferimento all’intera specie animale, che resta selvatica, ma ai singoli soggetti resi mansueti ed obbedienti all’uomo (leone, tigre, falco, ecc.).

Il cavallo è considerato un animale domestico, in quanto l’intera specie Equus Caballus è stata domesticata.

La tigre che si trova negli spettacoli, per esempio, é un animale addomesticato, in quanto la specie Panthera Tigris non è mai stata soggetta al processo di domesticazione.

La domesticazione del cavallo è avvenuta intorno al 5-4mila a.C., circa 10 mila anni dopo quella del cane. La tardività con cui venne addomesticato il cavallo (inteso come processo di domesticazione) lo rende, oggi, molto simile ai suoi antenati nelle caratteristiche morfologiche e genetiche.

L’unica specie sopravvissuta ed ancora oggi presente nel parco nazionale di Hustajn Nuruu é l’ Equus ferus przewalskii (il cavallo selvatico delle steppe mongoliche, vedi foto),

Se si studia attentamente la filogenesi equina (processo evolutivo della specie) vedremo che il cavallo é un animale in grado di adattarsi molto bene ai cambi ambientali e agli stress evolutivi. Nel corso dell’evoluzione i suoi antenati, infatti, sono stati sottoposti ad importanti cambi del territorio, delle risorse alimentari ( da foreste ricche di fitta vegetazione a steppe e praterie) e sottoposti a continue predazione (da parte anche dell’uomo), ma nonostante questo sono riusciti ad adattarsi all’ambiente e a sopravvivere.

Studi riportano che il cavallo poté sopravvivere all’estinzione grazie al processo di domesticazione, nonché grazie alla sua grande capacità di adattarsi alla vita in cattività.

Ma cosa ha reso possibile la domesticazione dei cavalli rispetto ad altri animali?

Un animale, secondo J. Diamond, per poter essere domesticato, oltre ad avere la capacità di sopportare un “stress evolutivo”, deve avere i seguenti requisiti:

  • Dieta flessibile: essendo un erbivoro, capace di digerire diverse fonti di cibo, le risorse alimentari indispensabili per la sua sopravvivenza sono più facilmente reperibili e meno dispendiose nella gestione del suddetto animale in cattività
  • Tasso di crescita veloce: il cavallo, rispetto ad altri grossi mammiferi e rispetto anche all’ uomo, ha una maturazione più precoce e veloce (a due anni raggiunge già la pubertà)
  • Gerarchia sociale modificabile: i cavalli riescono a creare gerarchie sociali (basate su dominanza, subordinazione e leadership) anche interspecifiche ( vedi con l’ uomo)
  • Buon carattere: esclusi particolari soggetti (che rientrano però nella singolarità, nonché eccezione), il cavallo è un animale di buon carattere, non particolarmente aggressivo, mansueto anche nei confronti dell’uomo
  • Temperamento che renda facile il controllo del panico o fuga: la fuga è la principale strategia di difesa che il cavallo mette in atto, essendo una preda ed avendo una struttura fisica che gli permette di correre molto velocemente. Essendo anche un animale sociale, tenderà ad adattare le sue reazioni per il bene comune.

“È più facile gestire un elemento se ad essere gestito è l’intero branco”

  • Adattamento alla vita in cattività: questo fattore è principalmente legato al successo riproduttivo anche in un contesto non naturale. In questo si sa, che il cavallo é in grado di riprodursi anche mediante inseminazione artificiale e in un ambiente che non soddisfa le sue esigenze fisiologiche ed etologiche.

L’ereditarietà delle esigenze fisiologiche allo stato domestico

Il cavallo “domestico” ha caratteristiche genetiche, fisiologiche, ma soprattutto comportamentali differenti dai suoi antenati.

Ci sono però alcune caratteristiche, che chiameremo “ESIGENZE FISIOLOGICHE”, che sono rimaste in un certo senso invariate:

  1. Esigenza fiosiologica di nutrirsi (di pascolare) e abbeverarsi: come ogni essere vivente necessità di bere ed alimentarsi quotidianamente in maniera adeguata al fine di soddisfare il suo fabbisogno giornaliero. In natura il cavallo bruca dalle 16 alle 18 ore al giorno.
  2. Esigenza fisiologica di movimentazione: il cavallo in natura percorre diversi km al giorno, i suoi apparati (digerente, locomotorio, ecc) “funzionano bene” se viene soddisfatta questa sua esigenza fisiologica primaria.
  3. Esigenza fisiologica di socializzazione: il cavallo è un animale fortemente sociale, necessità perciò di interagire e socializzare con conspecifici (individui appartenenti alla stessa specie).
  4. Esigenza fisiologica di riprodursi: meno evidente allo stato domestico se si ricorre alla castrazione, ma molti atteggiamenti agonistici manifestati dagli stalloni, derivano dal senso di frustazione legato all’impossibilità di soddisfare questa esigenza.
  5. Esigenza fisiologica di sviluppare abilità cognitive, motorie ed emotive utili ad evolversi e sopravvivere: l’ambiente in cui vive il cavallo deve essere etologicamente stimolante.

Al fine di tutelare il benessere psico-fisico del cavallo domestico, le 5 principali esigenze fisiologiche devono essere soddisfatte quotidianamente.

© Elena Cammilletti

CIRCLING STALL: ANOMALIE DELLA STABULAZIONE IN BOX

Buongiorno Elena, mi chiamo Luca e ho un cavallo di 8 anni da qualche mese. Riesco ad andare in scuderia solo 2-3 giorni a settimana. Prima che diventasse il mio cavallo, era scuderizzato in un posto dove al giorno veniva messo a paddock e ritirato per la notte. Ora, invece, è stabulato in box tutto il giorno e ho notato che cammina spesso in circolo nella stessa direzione, arrivando anche a sudare. Nella gestione precedente questo tipo di comportamento non lo aveva mai manifestato. Escludendo, a seguito di valutazioni, problematiche fisiche, secondo lei perché si comporta così?
Salve Luca. I motivi per cui il suo cavallo manifesta questo comportamento stereotipato (ovvero un comportamento compiuto in maniera continua e ripetitiva) possono essere diversi. Studi recenti hanno evidenziato che alcuni comportamenti, in alcune razze, sono dati da un fattore ereditario. Inoltre, le tecniche di svezzamento, una gestione che non soddisfa le esigenze fisiologiche del cavallo, il cambio di ambiente ed abitudini, l’inattività e la noia, possono influire sullo sviluppo di tali comportamenti.
Nel caso del suo cavallo l’atto di camminare in maniera continuativa ed in circolo (circling stall) nel box, sembra sia la manifestazione di un mancato soddisfacimento di una delle primarie esigenze fisiologiche, quella di pascolare, nonché la mancanza di spazio e il cambio di abitudini.
Il cavallo è un animale migratorio che allo stato brado è solito percorrere diversi km durante il giorno. Abituato in una gestione che prevedeva la messa a paddock quotidiana, con magari la possibilità di socializzare con i suoi simili, ora la stabulazione h24 nel box per diversi giorni consecutivi, lo porta a vivere in uno stato di frustrazione che manifesta con questo comportamento stereotipato.
A lungo andare il “camminare nel box”, soprattutto se nella stessa direzione, può causargli ipertensione ai muscoli di un lato della schiena e quelli del lato opposto subiscono invece un’atrofizzazione.
Visto che il comportamento si manifesta da poco tempo, le consiglio di trovare subito una soluzione più idonea al suo partner equino. È probabile che così facendo, dandogli cioè la possibilità di stare a paddock, avvenga una cessione spontanea o una netta diminuzione di questo comportamento.

©Elena Cammilletti

UN BLOG DI ETOLOGIA EQUESTRE? ECCO IL PERCHÈ

Questo blog nasce per far crollare gli ideali di chi, nel mondo equestre, vede il cavallo unicamente come mezzo di “lavoro”, atleta performante utile solo a vincere medaglie, e dove, ancora oggi, i metodi coercitivi vengono utilizzati per sopperire alla mancanza di conoscenze scientifiche e, a volte, di umiltà.

Parleremo di:

  • etologia equina: conoscenza dell’Equus ferus caballus, delle sue esigenze fisiologiche e caratteristiche di specie
  • comportamento e psicologia equina: etogramma, analisi dei modelli comportamentali, personalità, comportamenti aberranti- stereotipati, deviati
  • tecnica e training: arte equestre, equitazione etologica e training cognitivo-motorio-emotivo

Troverete, inoltre, consigli utili per:

  • migliorare la gestione quotidiana dei vostri partner equini
  • costruire o migliorare la partnership
  • migliorare le abilità cognitive, motorie ed emotive del cavallo
  • strategie di gestione delle emozioni (come paura, ansia, frustrazione, ecc.) per i cavalieri

Ci sarà poi una sezione dedicata a “L’esperto risponde“, nella quale verranno pubblicate le risposte alle vostre domande (di seguito le indicazioni per inviare le domande).

Periodicamente il sito verrà aggiornato con nuovi articoli relativi alle tematiche sopra elencate! Per restare aggiornato iscrivi alla newsletter o segui la mia pagina facebook https://www.facebook.com/cammillettielena

La nuova generazione equestre è stanca di avere delle indicazioni su cosa fare con il cavallo senza sentirsi spiegare “il perché delle cose”. Si ricerca e si ha bisogno di conoscere a fondo e nel profondo i partner equini, di imparare un nuovo linguaggio, un linguaggio che nasce dall’interazione di due specie differenti: l’uomo e il cavallo.

Sempre più forte è il bisogno di studiare e approfondire la vera ed unica arte equestre: quella che rende l’uomo un abile auditore delle esigenze del cavallo e, il cavallo, un compagno collaborativo, appagato ed attivo nella relazione.

“La conoscenza, la ricerca e le prove scientifiche sono l’unica reale possibilità che abbiamo per garantire ai nostri partner equini, anche nell’attività equestre, l’adeguato benessere psico-fisico”. E.C.

© Elena Cammilletti

CONTATTI:

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