Relazione Uomo-Cavallo: un rapporto in continua evoluzione (Parte 2- la teoria)

“Condizione propria di due o più termini in quanto analoghi, interdipendenti o reciprocamente commisurabili; rapporto, connessione”.

Se si ricerca sul dizionario il significato della parola “relazione” é questa la definizione che viene riportata. É perciò chiaro che quando si  parla di relazione si intende il rapporto che intercorre tra due o più elementi, mediante uno specifico linguaggio (gesti, parole, lettere, codici, ecc), in un determinata circostanza e in un determinato ambiente.

Il completamento di una relazione, quindi rapporto, ne genera un legame più o meno intenso, più o meno duraturo.

Netta e assolutamente necessaria é la distinzione che dobbiamo fare quando parliamo di relazione. Vedremo infatti che nel regno animale si tratterà nello specifico di r. intraspecifica e r. interspecifica.

Per r.intraspecifica si intende il rapporto che vi é tra membri della stessa specie (cavallo-cavallo); mentre quando si parla di r.interspecifica si fa riferimento al rapporto che intercorre tra individui di specie diversa (cavallo-uomo). Un cavallo abile nel creare relazioni intraspecifiche non é detto che lo sia in quelle interspecifiche, cosi per l’uomo. La propensione agli animali, oltre che a una passione e una scelta più o meno etica, deriva appunto dalla capacità di mettere in atto abilità relazionali con individui diversi per specie. 

Ma quali sono queste abilitá?

  1. Avere una conoscenza etologica dell’animale di interesse (cavallo)
  2. Riconoscere di far parte integrante dell’ambiente
  3. Relazionarsi restando nel qui ed ora
  4. Essere abili nel vivere le proprie emozioni ed accettarle per imparare a gestirle nel modo corretto
  5. Sapersi rispettare (spazi, tempi, caratteristiche, ecc.)
  6. Ricerca di un appagamento individuale e collettivo
  7. Autenticità

1 Avere una conoscenza etologica dell’animale di interesse, nello specifico del nostro cavallo, significa nella sua massima generalità conoscerne il comportamento.  Il campo di interesse di questa scienza si focalizza principalmente sui fattori “scatenanti” del comportamento, interni o esterni, prossimi o immediati: ovvero la motivazione, cioè il perché un cavallo si comporta in un determinato modo. Andremo così a studiare la filogenesi e l’ontogenesi equina, per comprendere meglio come i geni, nonché i tratti anatomici siano funzionali e/o influenti su specifici comportamenti, come il cavallo comunica con i suoi simili, i suoi meccanismi di apprendimento e memoria, le sue dinamiche sociali (corteggiamento, riproduzione, cure parentali,  strategie di difesa, cooperazione, altruismo, abilità e competenze relazionali, ecc.), analizzeremo le abitudini migratorie, nonché alimentari e l’habitat naturale. Conoscerne gli aspetti etologici significa per noi avere tutti gli strumenti utili a garantire il loro benessere.

2 Ambiente:” è un sistema complesso di fattori fisici, chimici e biologici, di elementi viventi e non viventi e di relazioni in cui sono immersi tutti gli organismi” . Insieme quindi di strutture, suoni, rumori, odori, stimoli, ma anche complesso di condizioni sociali, relazionali, morali ed emozionali propri degli essere viventi. Non è forse vero che, come il cavallo fa parte di uno specifico ambiente, anche noi (con la nostra presenza) facciamo parte del suo? Come approcceremmo se nell’ambiente si presentasse un nuovo stimolo e dovremmo farglielo conoscere? Agiremmo secondo le teorie di assuefazione o desensibilizzazione, presentando lo stimolo il tempo utile e in egual modo affinché il cavallo si abitui completamente. Bene, proviamo a ritenerci uno stimolo, con la importante variabile che noi per atteggiamento, odori, emozioni, ecc., non siamo sempre uguali, e diamogli il tempo di abituarsi alla nostra presenza, senza pretendere subito da lui qualcosa.

3 L’imparare a stare nel “qui ed ora” è un’esigenza sempre più frequente e che accomuna sempre più persone.  Restare nel “qui ed ora” è l’abilità del restare nel momento presente, senza andare con i pensieri nel passato, ne fare proiezioni nel futuro. Questo é l’obbiettivo di molti filoni new age e tecniche meditative, che stanno in qualche modo ricordando all’essere umano la sua più grande capacità innata. Ebbene si, perchè essendo anche noi animali siamo perfettamente in grado di strutturare le nostre azioni e i nostri pensieri nel momento presente. Purtroppo per chi non riesce a farlo, crea un divario relazionale con il partner equino che ha di fronte. Il cavallo per sua natura vive sempre nel momento presente, sempre attento a ciò che in quello specifico momento sta succedendo. Vi riporto un semplice esempio: se nel mentre puliamo o giriamo in tondino il nostro cavallo guardiamo la pagina Facebook sul telefonino, interessandoci di ciò che fanno gli altri e non di quello che sta facendo lui, beh in quel momento non stiamo certo dando dei segnali di “presenza” o di affidabilità, caratteristica principale di un leader. Il cavallo ricerca in noi un individuo abile ed attento, lucido, presente e costante (anche nelle emozioni). Inoltre, eccessive proiezioni sul futuro (ciò che potrebbe succedere) limita il nostro agire, così come focalizzare le nostre energie e la nostra mente su un fatto avvenuto nel passato (ieri in quel punto, il mio cavallo si è spaventato!), agevolano comportamenti non desiderati. Nell’oggi, nel presente, c’è la novità e mai l’abitudine, sta a noi saperla cogliere.

4 Viviamo in una società dove ci viene insegnato a “non avere paura”, creando nella mente dell’uomo una sorta di paura della paura. Cosa succede se abbiamo paura? Assolutamente niente! É un’emozione primaria e come tale, transitoria. Se la viviamo, nello specifico momento in cui arriva e la accettiamo, al pari della gioia, ecco che non si cristallizzerà dentro di noi. Passerà, muterà e in qualche strano modo ci arricchirà. Ho parlato della paura, ma potrei riportare lo stesso esempio sulle altre emozioni. Accettarle e viverle a pieno dentro di noi è il miglior modo per imparare a gestirle. Noi siamo la nostra mente e siamo le nostre emozioni. Le emozioni vanno perciò vissute ed accettate come tali, senza giudizio. Come fanno gli animali quando hanno paura? La manifestano,  la vivono, non si creano un giudizio su loro stessi se provano paura, e la lasciano andare. Vi sentireste in difetto o incompetenti se vi sentiste felici? É allora perché farlo quando si provano emozioni scomode?

5 Rispetto: “sentimento e comportamento informati alla consapevolezza dei diritti e dei meriti altrui, dell’importanza e del valore morale, culturale di qlco”. Il concetto di rispetto va estenso anche in relazione al rispetto degli spazi, propri e altrui, e rispetto dei reciproci tempi: ogni individuo necessita, infatti, di tempo per mettere in atto o modificare determinati comportamenti (sia in ambito relazionale che di apprendimento). Nella relazione uomo-animale si sente spesso parlare di “rispetto”, ma per alcuni forse ancora non è ben chiaro come applicarlo. La forma più autentica e concreta di rispetto che potremmo avere nei confronti degli animali è, innanzitutto, la “non umanizzazione”, o meglio detta antropomorfizzazione, del nostro partner equino. Ogni specie ha la propria capacità espressiva, le proprie esigenze, le individuali e singolari caratteristiche che vanno comprese, accettate come tali, quindi, rispettate e, in questo, l’etologia gioca un ruolo fondamentale.

6 Nello sviluppo di un rapporto, le dinamiche che si creano possono rendere la relazione funzionale o di-sfunzionale. Le dinamiche interne del singolo soggetto (personalità, esperienze, caratteristiche fisiologiche, ecc.) influiscono sulle dinamiche dell’altro, cosi come le dinamiche esterne (ambiente, avvenimenti, ecc.) possono influenzare più o meno positivamente su un soggetto o entrambi gli individui. Affinché si crei una relazione funzionale è necessario che entrambi i soggetti siano, nella loro individualità,  appagati e che l’unione di dei due crei dinamiche positive e di crescita per entrambi. L’appagamento del cavallo è direttamente proporzionale al soddisfacimento delle sue esigenze primarie (legate principalmente all’ambiente, alla gestione e alle relazioni sociali). Nell’uomo è, invece, un processo leggermente più complesso, che deriva comunque dal soddisfacimento dei propri bisogni (di specie). Un uomo appagato è quindi colui che nell’ambiente, nelle attività che svolge, nelle relazioni, ecc., ritrova il completo soddisfacimento ed espressione del suo essere (libero da proiezioni e da frustrazioni).

Sono diversi i motivi che possono spingerci a far entrare nelle nostra quotidianità un animale, ma posso consigliarvi  (per esperienza) di non scegliere mai quello di “utilizzarlo” per sopperire a delle mancanze umane ( conferme, accettazione, affetto umano, comprensione, riconoscenza, ecc.). Spesso tale esigenze si rivela, con il tempo, la causa di rapporti disfunzionali. Un animale può darci affetto, riempire le nostre giornate, regalarci momenti unici e ricordi che tolgono il fiato, ma il tutto secondo le loro proprie ed uniche caratteristiche di specie. Innamoratevi della loro diversità, non snaturateli, dategli lo spazio che meritano e di cui hanno bisogno, non fate inutili proiezioni (tipicamente umane) nella lettura dei loro comportamenti. Anche qui l’etologia, ha sempre il suo fondamentale ruolo. Lasciateli “animali”, e create una relazione con loro da animale umano ad animale non umano (uomo-animale).

7 “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti” una frase celebre di Pirandello, sempre attuale e, purtroppo, assai veritiera. Una frase che però è esclusivamente umana. Nel regno animale, tra animali non umani non esistono maschere sociali. Non esistono rapporti basati su bugie, cattive e non dichiarate intenzioni, manipolazioni, sotterfugi o azioni nascoste. Tra animali non umani esiste solo ed esclusivamente l’autenticità, esistono rapporti basati su dichiarati intenti (siano essi positivi o negativi), in un contesto quindi di realtà della realtà. “Autentico è ciò che si riferisce alla nostra vera interiorità, al di là di quello che vogliamo apparire o crediamo di essere”. Ho lasciato per ultimo il concetto di autenticità, inteso come “il mostrarci per quello che realmente siamo”, perché è una caratteristica molto soggettiva e priva, in tal senso, di regole convenzionali. Gli animali si mostrano a noi per quello che sono realmente e si aspettano da noi lo stesso, ecco perché quando si vive a stretto contatto con loro é inevitabile l’intraprendere un lungo percorso di lavoro su noi stessi. “Se rinasco vorrei essere un (scegliete voi l’animale)” è una frase che spesso sento dire. “Invidiamo” la loro vita perché pare priva di preoccupazioni, conflitti e ne notiamo, spesso, una perfetta armonia. Sarà perché il loro essere autentici rende tutto più semplice? Pensateci su…

Nell’entrare in relazione con un animale entriamo in contatto la nostra istintualità e questo spesso ci permette di scoprire doti che nel tempo, di generazione in generazione, si sono un po’ perse.

Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di entrare in relazioni con specie diverse, che mi hanno permesso di scoprire in me abilità innate che non pensavo di avere. Una di queste è quella di agire restando nel momento presente: è stata un enorme svolta per me e per i miei animali.

Equilibrio tra istintualità e ragione, tra ciò che sta dentro e fuori da noi.

É così facilmente deducibile che il risultato della relazione con un animale, qualunque esso sia, dipenda quindi dal nostro modo di conoscere, agire ed essere. Un comportamento ne influenza, scatena, modifica un altro.

"Se non apporti cambiamenti dentro te stesso, non potrai mai aspettarti di cambiare la realtà fuori"

© Elena Cammilletti

Relazione Uomo-Cavallo: un rapporto in continua evoluzione (Parte 1: il racconto di una mia esperienza).

Nel momento in cui sto buttando giù queste poche righe, sono qui seduta nella morbida paglia del box, con accanto il mio fedele cane Akira, ad osservare la realizzazione di un sogno: la mia cavalla e la sua piccola puledrina di soli 4 giorni. 

Ho deciso di scrivere questo articolo o meglio racconto di una esperienza, dopo averne vissuta una che mi ha segnato profondamente e mi ha fatto molto, molto, riflettere: la nascita, per l’appunto, di Arizona.

Non è il primo puledro per me e non è il primo parto, ma non ritengo di avere sufficiente esperienza in tal campo se non in termini esclusivamente etologici (cure parentali, comportamento del puledro e della fattrice).

La sera del 25 aprile, Niya, ha deciso che era arrivato il momento di mettere al mondo Arizona. Un parto difficile, una zampina che non voleva uscire e una mamma talmente spaventata da ciò che stava succedendo che, invece che sentirla sua, ha tentato ripetutamente di calciarla e caricarla.

Ciò che era un meraviglioso sogno, stava per diventare un terribile incubo, ma la relazione tra me e la mia cavalla ha fatto la differenza.

Il tempismo ha fatto la differenza. L’avere il coraggio di correre quel rischio ha fatto la differenza. Sono riuscita a fare quella “manovra”, che ha riposizionato correttamente Arizona.

Il primo enorme problema era stato risolto, ma qualcosa mi diceva che non era finita li.

Conosco la mia cavalla, conosco il comportamento equino in generale, comprendo molto velocemente i segnali che i cavalli lanciano, per fortuna gli anni di esperienza in questo campo hanno giocato a mio favore. Ma ancora di più, conoscevo molto bene quello sguardo, quella postura, quei muscoli così terribilmente contratti. Temevo quello che da lì a poco sarebbe successo: mentre asciugavo la puledra ancora a terra, ecco che Niya sferra il primo calcio verso di lei.

Prendo immediatamente in mano io la cavalla e cerco di farla avvicinare, ma niente. Non vuole annusarla, calcia, raspa, la carica. Ho incassato tante di quelle botte per proteggere la puledra…

Sapevo esattamente cosa stava succedendo, qualsiasi manuale di etologia più o meno completo può dare una spiegazione a quel comportamento, ma sul campo bisogna trovare una soluzione rapida ed efficace, ed io dovevo trovarne una il più rapidamente possibile.

Ho iniziato ad ascoltare solo ed esclusivamente il mio sentire, rischiando ancora…

Sentivo che Niya in quel momento aveva bisogno di me e di tempo per capire cosa doveva fare. Sapevo che in un modo o nell’altro l’avrebbe accettata anche se era fuori controllo, sentivo che quei comportamenti innati legati alle cure parentali prima o poi sarebbero scattati, dovevo solo trovare il giusto modo di aiutarla a capire, impedendogli però di fare del male alla puledra. Non sto a raccontarvi tutto quello che è successo, scriverei pagine e pagine il che potrebbe anche annoiarvi, ma posso dirvi che ad un certo punto, il nostro rapporto ha cambiato le carte in tavola: se negli anni non avessi costruito quel rapporto con la mia cavalla, una cavalla che già di natura difficilmente si affida e si concede alle persone, con un carattere molto forte e determinato, non avrebbe voluto vicino nemmeno me, non mi avrebbe permesso di aiutarle.

Sono riuscita a tranquillizzarla, con la mia voce e con la mia presenza cosicché, diversi minuti dopo, seguendo la mia mano ha iniziato ad avvicinare il muso alla sua puledra.

I comportamenti a seguire sono stati un concatenarsi di emozioni e azioni innate, la stava sentendo sua.  Di lì a poco Arizona si è messa in piedi (per fortuna i due calci ricevuti non l’avevano compromessa), vogliosa di prendere il latte dalla mamma, una mamma che stava iniziando ad accettarla.

Per il momento Niya fa avvicinare solo me (e il mio cane a quanto pare) alla sua puledrina. In questi giorni le osservo molto e ho potuto notare una Niya diversa, molto più matura, posata, consapevole, risultando nei confronti di Arizona  premurosa, attenta e amorevole. Chi l’avrebbe mai detto? Io sicuramente!

Dopo tutto questo vortice di emozioni ho preso del tempo per riflettere. La mia scuola di equitazione e il mio metodo di educazione e addestramento, si fondano principalmente sulla costruzione di una relazione con il cavallo e, domenica, ne ho compreso ancora più nel profondo l’importanza.

Oggi più che mai voglio raccontarvi la mia esperienza, affinché si comprenda quanto sia fondamente che tra uomo e partner equino vi sia una relazione e quanto questa sia un'importantissima variabile che va ad incidere fortemente sul comportamento del cavallo stesso (nel bene o nel male). 

Nel prossimo articolo Relazione Uomo-Cavallo: un rapporto in continua evoluzione (Parte 2) vedremo insieme come strutturare e creare una relationship con il nostro partner equino. 

©Elena Cammilletti

IL MIO CAVALLO NON STA LEGATO!

Buongiorno Elena, mi chiamo Giulia e ho da poco preso una puledra di 10 mesi. Non mi reputo alle prime armi, ma mi sono resa conto che per una gestione corretta di Adeline l’esperienza che ho non è sufficiente. Pensavo di avere a che fare con una cavalla con un minimo di educazione, per lo meno le basi della gestione a terra. Invece, arrivata in struttura, mi sono ritrovata con una puledra che sa si e no che cosa è una capezza. É arrivato il momento di insegnarle a stare legata, ma sto incontrando delle serie difficoltà.  Se libera nel paddock, riesco ad avvicinarmi a lei senza problemi, accarezzarla e pulirla, ma quando la porto nella scuderia e la lego a un box, al minimo rumore, inizia a muovere tantissimo i piedi, mi viene addosso con il posteriore, indietreggia. Un giorno poi è successo il caos: la lego al box e, come sempre, dopo pochi minuti inizia ad agitarsi e, non so come, è scivolata incastrandosi la capezza al gancio della porta del box . Per slegarla è stato davvero complicato. Ci siamo entrambe spaventate molto e ora ho davvero paura che la cosa si ripresenti. C’è un modo per insegnarle a stare legata e, soprattutto, come farlo in sicurezza? Grazie G.

Salve Giulia, cerco subito di tranquillizzarti dicendoti che sì, ci sono metodi e soluzioni idonee ad insegnare a un giovane cavallo a restare tranquillo e a sentirsi a suo agio quando legato, così come ci sono mezzi rieducativi qualora il cavallo abbia, invece, acquisito comportamenti non corretti. É fondamentale che nel programma di educazione del nostro partner equino si dedichi il giusto tempo ed attenzione ad insegnargli a mantenere un comportamento corretto quando legato.

Partiamo da un concetto fondamentale: l’ambiente. Il cavallo per natura è una preda e in caso di pericolo reagisce istintivamente con la fuga. Bene, è quindi deducibile che i suoi sensi e i suoi apparati siano fisiologicamente strutturati in maniera funzionale a questa strategia di difesa. Il cavallo scappa da uno stimolo ambientale che reputa pericoloso, ma per scappare deve potersi muovere. Se si sente legato, bloccato, intrappolato, deve trovare il modo di liberarsi ed attua un altro meccanismo: quello della lotta e, in questo specifico caso, lotta contro la pressione. Inizia così a dimenarsi, tirare, arrivando addirittura a rampare e, non così raramente, scivolare e cadere rovinosamente. Se è uno stimolo ambientale a renderlo nervoso quando legato, prima di chiedere al nostro giovane ed “inesperto” partner equino di restare fermo in stazione per diversi minuti dobbiamo essere sicuri che si senta perfettamente a suo agio nell’ambiente e che in presenza di stimoli improvvisi sappia gestirsi. Proverò qui a darti qualche consiglio ed esempio pratico da poter mettere in atto con la tua partner equina. Ovvio che dovrò essere molto schematica e concisa, quindi per qualsiasi dubbio o difficoltà possiamo sempre sentirci e valutare insieme il da farsi.

Da quello che mi scrivi, la tua puledra nel suo paddock non è restia a farsi pulire, toccare, restare cioè ferma per diverso tempo nell’interazione con te, ma se portata fuori dalla sua zona confort tutto si amplifica, anche le sue reazioni agli stimoli ambientali. Quando é legata al box lei sa bene di essere limitata nei movimenti di reazione. La vedi perciò muovere molto i piedi (attivazione dell’istinto di fuga), indietreggiare (lotta contro la pressione), fino (come nell’episodio che mi hai raccontato) ad arrivare a scivolare in preda al panico (incapacità di gestione e controllo delle emozioni).

Quando ci relazioniamo con un cavallo, in particolare con un puledro, è importante sapere che loro (a differenza nostra) percepiscono/vedono il “mondo reale” per dettagli: sono infatti i piccoli dettagli (ancora di più se sono per loro delle novità!) a creare preoccupazione/ interesse nel nostro partner equino. La nostra percezione dell’ambiente è differente: tendiamo a guardare il mondo reale in maniera “astratta”, cioè nel suo insieme, perdendo di vista un gran numero di particolari. Mi è parso di capire che al di là della marcata inesperienza della puledra, al momento da un punto di vista relazionale non ci siano problemi, perciò penso che prima di insegnare ad Adeline a stare legata devi focalizzare la tua attenzione su: 

  1. comprendere come Adeline percepisce l’ambiente che la circonda (al di fuori della zona confort), lavorando sull’ esplorazione ambientale e desensibilizzazione a stimoli
  2. aiutarla a migliorare la sua capacità di gestione delle emozioni primarie (principalmente la paura).
Prima di legarla in un ambiente che non la fa sentire a suo agio, spendi il tuo tempo nel farglielo conoscere. L'esplorazione ambientale è una forma di apprendimento esperienziale che nei cavalli non deve mai mancare e deve avvenire prima di qualsiasi richiesta.

Step 1_ Grooming in area confort

La fiducia e la voglia di interagire con noi è spesso la chiave di risoluzione positiva dei problemi comportamentali. Avete entrambe vissuto una brutta esperienza, perciò prendi del tempo per ristabilire la giusta armonia tra voi. Nella zona confort crea delle attività appaganti, ovvero quelle attività riconosciute dai nostri partner equini come attività/riti sociali, utili a fortificare la relazione e migliorare la loro condizione di benessere psico-fisico. Con una puledra così piccola il grooming (rito sociale per eccellenza) è una delle attività migliori da proporle.

Step 2_ Condizionamento positivo (capezza e lunghina)

Un cavallo non nasce sapendo che cosa è una capezza e una lunghina e, spesso, non ci rendiamo nemmeno conto che, una volta messe, non è assolutamente automatico che il cavallo ci segua, sappia cioè quello che deve fare. Avendo a che fare con cavalli più grandi, educati ed addestrati, il rischio è quello che con il tempo si diano per scontato troppe cose. É facile, perciò, cadere nella credenza che un cavallo debba, per esempio, aumentare l’andatura alla nostra pressione delle gambe, piuttosto che fermarsi se creiamo una pressione con la lunghina o che, al suono della “rana”, debba partire al trotto. Questi sono solo alcuni esempi di convinzioni errate. Non è così, tutto avviene a seguito di condizionamento ed é tramite un corretto e adeguato condizionamento che insegniamo al nostro cavallo il comportamento da adottare quando legato. Prima di chiedere al nostro cavallo di stare legato, dobbiamo essere sicuri che accetti di buon grado la capezza e che risponda correttamente alle pressioni che crea la lunghina.

In pratica: Resta nella sua zona confort e mettile la capezza, solo la capezza. Una volta indossata dille “brava” e dalle una ricompensa. Aspetta qualche secondo e ripeti. Attenzione però a quando sfili la capezza: Adeline non deve scappare via come se non vedesse l’ora di togliersi di dosso quell’arnese. Quindi con molta, molta calma, sfila la capezza, preparandoti subito con un “brava” e la ricompensa. Rimetti, ritogli. Se senti che la tua cavallina è perfettamente a suo agio, fai una piccola pausa lasciandole su la capezza e ricompensando. Dagli qualche minuto di svago, condividendo lo spazio con lei. Se ha del fieno a disposizione lasciala mangiare. Passati qualche minuto da poter riavere la giusta attenzione della puledra, prendi in mano la lunghina. Fagliela annusare, passala su tutto il corpo e poi agganciala al gancio di conduzione della capezza. Crea delle piccole pressioni e rilascia. Fai due passi con lei e rilascia.

   Capezza e lunghina significano "andiamo", ma devono significare anche "fermo, resta, tranquillo".  

Bene ora posizionati davanti alla tua cavalla, resta li ferma, respira con il diaframma. Non creare alcuna pressione, rilassati. Se te la senti, chiudi anche gli occhi. Respira. Resta nel qui e d’ora. La tua cavalla non è forse ferma davanti a te? Tu in quel momento sei stata la sua condizione positiva dello stare legata, l’esempio di “status emotivo” da avere. Quella sensazione che hai provato tu e la stessa che deve avere lei quando la porterai in scuderia davanti al box. Con calma…

Step 3_ Esplorazione ambientale

C’è qualcosa in quella scuderia che non la fa sentire a suo agio…Bene! Devi assolutamente scoprire cosa è! Spazio chiuso? Nuovi rumori? Percezione di rumori dove non è possibile risalire/visualizzare la fonte? Cambi di luce? Presenza di altri cavalli? Movimenti continui di persone, carriole, cibo? non legarla li, per lo meno non adesso.

In pratica: percorri il corridoio della scuderia più volte, falla interagire con gli oggetti, resta ferma con lei al tuo fianco e respira. Ricorda la sensazione presentata nello step 2 e riproponila. Quando quell’ambiente sarà per lei “normale”, allora potrai passare a legarla al box (step 4).

Step 4_ Esempio pratico (post evento “traumatico”)

Giorno 1: ci siamo Adelina si sente a suo agio anche in quella scuderia, è arrivato perciò il momento di fare un ulteriore passo in avanti. Inizia con il metterla in posizione frontale al box. Resta 30 secondi così, dille “brava” e  ricompensa. Fate due passi e riportala davanti al box. É tranquilla? Bene, questa volta restate ferme qualche secondo in più e, come sempre, dille “brava” e ricompensa. Se dovesse, invece, agitarsi tu resta calma e respira, resta nella richiesta fino a quando lei non si tranquillizza, a quel punto ricompensa. Con calma. Tutto bene? Se si, per oggi può bastare. Cambia attività.

Giorno 2: rimettila frontale al box, 30 secondi, “brava”, ricompensa, due passi. Ritorna. Fai passare la lunghina alla grata del box senza legarla. Togli le mani dalla lunghina o tieni l’estremità finale senza creare pressioni. Respira e rilassati. Altri 30 secondi, “brava”, ricompensa, due passi. Cerca di aumentare il minutaggio (2-5 m) senza arrivare mai al limite di “sopportazione” della puledra.

Giorno 3: Ripeti la stessa sequenza, ma questa volta legala con un nodo di sicurezza o con l’aiuto dei dispositivi di sicurezza (vedi paragrafo successivo). Resta in stazione per 5-10 m e nel mentre magari puliscila.

Seguendo questo schema, man mano che passeranno i giorni, maggiore sarà il tempo in cui Adeline riuscirà a stare legata in assoluta tranquillità. L’importante è che fai le cose con calma, senza fretta.

DUE VALIDI ALLEATI: consigli e strategie utili

Ti sto per proporre due alternative complementari tra loro e che, nella mia esperienza, sono risultate essere molto efficaci. Un cavallo da imitare (a) e l’uso del Blocker Tie Ring (b).

(a) Per un giovane puledro, l’esempio di un cavallo che ha esperienza dell’ambiente e nel controllo delle emozioni è fondamentale. Si tende spesso a consigliare l’esempio di un cavallo “guida” nelle passeggiate, ma perché non adottare questo metodo anche nelle pratiche quotidiane? Se saputo gestire nel modo corretto è assolutamente funzionale.

Se Adeline ha un cavallo a cui fa particolare affidamento e questo risulta essere un buon cavallo maestro, è giunto il momento di provare a chiedergli aiuto. In questo caso però dovrai farti aiutare da un’altra persona che gestirà l’altro cavallo.

In pratica: fai uscire Adeline dal suo paddock, fate passeggiare i due cavalli insieme per qualche minuto, poi facendo avanzare il cavallo più esperto, dirigetevi verso la scuderia. Posizionate i due cavalli a distanza di sicurezza, ma comunque affiancati. Sono sicura che la tua puledra percepirà l’ambiente  e gli stimoli in maniera diversa e vedendo l’altro cavallo tranquillo e a suo agio, molto probabilmente lo sarà anche lei.

(b) il Blocker Tie Ring è un anello di sicurezza antipanico che può risultare un valido alleato con i cavalli che entrano facilmente in panico quando si sentono legati e iniziano a tirare. Il sistema è brevettato affinché nel momento in cui il cavallo tira indietro, la lunghina si allunga dolcemente (per qualche cm) senza strattoni o ulteriori pressioni, riducendo drasticamente gli incidenti. Di seguito un video per capirne il funzionamento.

É importante, però, che tu sappia che gli "alleati", i condizionamenti e le ricompense devono essere funzionali alla costruzione di un comportamento che verrà mantenuto a distanza di tempo, anche e soprattutto, in assenza di essi. L'educazione di un puledro è una questione molto delicata, che richiede tempo e soprattutto esperienza. É sempre opportuno perciò farsi seguire da un professionista.

© Elena Cammilletti

ABILITÀ COGNITIVE: ECCO COME MIGLIORARLE NEL NOSTRO CAVALLO

Un cavallo sereno è un cavallo che ha sviluppato le abilità utili a sopravvivere ed adattarsi ad un determinato ambiente, unica e vera prerogativa di ogni animale presente sulla Terra.

L’adattamento è il parametro con cui si valuta il comportamento dell’animale e il suo benessere psicologico, che peraltro non può essere separato dalla salute fisica e dal benessere sociale.

< Ambiente e sviluppo della abilità devono viaggiare di pari passo >

Utilizziamo il termine “abilità” per indicare la capacità di applicare le conoscenze (che sono a loro volta il risultato dell’assimilazione delle informazioni tramite l’apprendimento) per risolvere i problemi o portare a termine dei “compiti”.

Quando nello specifico facciamo riferimento alle abilità cognitive, intendiamo tutti quei processi mediante il quale l’animale percepisce, mantiene, recupera, manipola, utilizza e manifesta informazioni.

Rientrano tra le abilità cognitive (ne vediamo alcune):

  • la percezione: processo mediante il quale l’informazione è acquisita tramite i sensi (vista, udito, olfatto, tatto e gusto) e registrata come “esperienza”
  • l’attenzione: capacità mediante il quale l’animale  filtra ed elabora le informazioni/stimoli provenienti dall’ambiente
  • il riconoscimento: processo mediante il quale viene categorizzato un oggetto a seguito dell’ associazione del suo utilizzo
  • la memoria: abilità grazie al quale l’animale assimila nuove informazioni e le recuperare nel tempo
  • abilità motorie: capacità di muovere il proprio corpo
  • comunicazione: capacità di emettere o comprendere suoni/gesti
  • funzioni esecutive: processi cognitivi superiori, nella quale vengono messe in atto le funzioni basi (dalla percezione alla comunicazione) per raggiungere uno scopo ben preciso. Tra queste rientrano: la capacità di pianificare un’azione, la regolazione delle emozioni, la flessibilità cognitiva, la modifica e regolazione di un comportamento.

LE ABILITA’ NELLA PRATICA

Di seguito troverete un video di un particolare esercizio che ho proposto al giovane Hopi, Appaloosa di 5 anni.

L’obbiettivo di questa sessione di lavoro è quella di ottenere attenzione e partecipazione attiva da parte del cavallo, mettendo alla prova le sue abilità di memorizzazione e generalizzazione di una determinata informazione acquisita (cambia l’oggetto su cui deve appoggiare lo zoccolo, ma l’abilità richiesta è la stessa), nonché le sue capacità motorie. Aiutandomi con il rinforzo positivo, ho precedentemente insegnato ad Hopi a salire su delle padane fisse, non basculanti, prima basse e poi molto alte, prima con una zampa, poi con l’altra, poi con entrambe.

In questo video viene riportata un’altra sessione di lavoro, dove per la prima volta gli viene richiesto di appoggiare l’arto (dx o sx a seconda della mia indicazione) su un ceppo.

Perché queste richieste? Non di certo per prepararci a qualche spettacolo circense! Hopi ha enormi abilità cognitive e trova particolare appagamento nello svolgere esercizi nei quali può utilizzarle, migliorarle e metterle alla prova. Avere “scoperto” questa sua caratteristica, ha fatto sì che tante problematiche comportamentali legate alla sua storia venissero con il tempo superate.

VIDEO LEZIONE

  • STEP 1- SENSORY ANALYSIS
  • STEP 2- BASIC REQUEST
  • STEP 3- ADVANCE REQUEST
  • STEP 4_ INTRINSIC MOTIVATION
  • STEP 5_RELATIONSHIP

STEP 1- SENSORY ANALYSIS

L’apprendimento, nonché le abilità cognitive, sono strettamente legate all’utilizzo dei sensi. L’interiorizzazione positiva di uno stimoli avviene sempre e solo quando il cavallo ha la possibilità di valutare la situazione tramite i suoi sensi. Ha bisogno di vedere, sentire, “toccare”, annusare e spesso anche gustare.

Qualsiasi sia l’oggetto con cui il cavallo dovrà “interagire” dategli il giusto tempo per analizzare liberamente lo stimolo: c’è chi si dirigerà incuriosito e propenso a conoscere l’oggetto, chi invece ne avrà timore. Ad entrambi serve comunque tempo per analizzare e raccogliere informazioni.

STEP 2- BASIC REQUEST

Le richieste devono essere direttamente proporzionali alle abilità che il cavallo ha già acquisito. Non è corretto chiedergli di mettere il piede su una pedana molto alta, se non ne vuole sapere di passarne una a raso terra. Tutto deve avere una sequenza logica e le richieste devono essere fatte con un’ottica di progressione.

In questo specifico caso, Hopi è già in grado di salire sulle pedane, anche quelle alte un metro da terra. Nonostante questo, mi rendo perfettamente conto che cambiando la tipologia di base su cui dovrà appoggiare l’arto, e soprattutto essendo una base non fissa, devo incominciare con una richieste “semplice”.  Inizio, perciò, posizionando il ceppo di legno sdraiato a terra.

STEP 3- ADVANCE REQUEST

Hopi è davvero formidabile e nella stessa sessione di lavoro posso già modificare e rendere più complessa la mia richiesta. Attenzione però! La difficoltà dell’esercizio richiesto aumenterà in base alla capacità di apprendimento del cavallo con cui stiamo interagendo. Non serve raggiungere l’obbiettivo finale in un’ unica sessione, anzi spesso risulta controproducente.

Non abbiate mai fretta!!! I risultati si ottengono con il tempo e con molta, molta, pazienza e perseveranza!

Posiziono il ceppo in verticale ed ecco che Hopi, senza alcuna esitazione, riproduce il comportamento richiesto precedentemente. Direi che la sua capacità di generalizzazione è ottima!

Per generalizzazione si intende quel processo mediante il quale l'animale (umano compreso) utilizza le abilità acquisite in situazioni diverse.

STEP 4- INTRINSIC MOTIVATION

Come ho precedentemente sottolineato, per ottenere questo comportamento da Hopi, ho utilizzato un rinforzo positivo (biscotti). Un comportamento che non è rinforzato, nel tempo va in estinzione (questo avviene anche in natura se l’ambiente non fornisce le sufficienti quantità di rinforzo). Per farsi che il cavallo mantenga  un determinato comportamento, e che quindi non lo metta in atto solo perché ricompensato (motivazione esterna), dobbiamo fare in modo che  riproduca quello specifico comportamento per il piacere di farlo (motivazione interna, intrinseca).

Mettere in atto un comportamento per "il piacere di farlo" significa che il cavallo mentre lo fa è sereno, attivo, assolutamente collaborativo e partecipante. 

STEP 5- RELATIONSHIP

La relazione deve essere l’obbiettivo principale di chi interagisce con un animale, qualsiasi esso sia. Ogni azione che andremo a compiere o a richiedere inciderà, più o meno positivamente, sul rapporto con il nostro cavallo. Se le attività che gli proponiamo sono per lui gratificanti e soprattutto utili, riconoscerà in noi un partner umano affidabile, responsabile e degno della sua attenzione e fiducia.

Terminato il lavoro prendiamoci sempre il giusto tempo per coccolare e gratificare il nostro partner equino.

© Elena Cammilletti

LE 6 ABILITA’ MENTALI CHE OGNI CAVALIERE DOVREBBE AVERE!

Si può essere dei bravi partner umani per il nostro cavallo? Dei veri e propri “motivatori”, in cui l’animale riconosce e ritrova un punto di rifermento per migliorare le proprie abilità e adattarsi meglio all’ambiente? Ovviamente sì, ma dobbiamo andare ben oltre al concetto classico del “rider”, cavaliere.

Essere un bravo cavaliere non significa solo saper eseguire correttamente determinati gesti tecnici, portare a termine un percorso di salto ostacoli senza errori o montare qualsiasi tipo di cavallo. Essere un bravo cavaliere significa, anche, saper controllare i propri istinti, le proprie ambizioni, restare nell’umiltà di voler apprendere e migliorare. Ma vediamo insieme le 6 caratteristiche (o approccio mentale) principali che ogni rider dovrebbe avere (ne riporto solo alcune, che reputo essere indispensabili nella relazione cavallo-uomo).

Le 6 (delle molte) abilità che un rider deve sviluppare
1_ OSSERVAZIONE E VALUTAZIONE
2_ SAPERSI PORRE I GIUSTI OBBIETTIVI
3_ SAPER COMUNICARE
4_ ESSERE APERTI ALLA CONOSCENZA
5_SAPER GESTIRE LE PROPRIE EMOZIONI
6_ CREATIVITA’ SENZA L’USO DI METODI COERCITIVI

1_ OSSERVAZIONE E VALUTAZIONE: un buon rider deve saper “osservare” in maniera assolutamente oggettiva il suo partner equino. Deve conoscere le abitudini, i comportamenti e notare, nel dettaglio, anche i più piccoli cambiamenti. Deve poi essere in grado di valutare e analizzare le situazioni e gli ambienti, in maniera tale da anticipare (e quanto più possibile evitare) situazioni sgradevoli, garantendo confort e sicurezza.

2_SAPERSI PORRE I GIUSTI OBBIETTIVI: obbiettivi semplici, chiari e giusti, ci danno la possibilità di crescere e migliorare. E in questo rientra, soprattutto, la comprensione delle abilità proprie e del proprio cavallo. Gli obbiettivi devono essere fissati a seconda delle reali possibilità che l’ambiente, il cavallo e la nostra esperienza ci forniscono, non dimenticandosi che l’obbiettivo principale di un buon rider deve essere il benessere psico-fisico del suo cavallo, il ché significa la ricerca del totale appagamento delle esigenze fisiologiche proprie della specie (ambiente, quotidianità, relazioni sociali, attività proposte, ecc.)

3_ SAPER COMUNICARE: per comunicare nel modo corretto con un cavallo è fondamentale avere una buona conoscenza e padronanza del nostro corpo, che risulta essere la chiave di comunicazione che fa la differenza con il partner equino. Saperlo usare nel modo corretto, averne a pieno il controllo, conoscere e riconoscere ogni parte, ci permette di sviluppare una comunicazione chiara ed efficace. Gestualità, mimica, prossemica, capacità di utilizzare a pieno i propri sensi, sono caratteristiche che, se allenate correttamente, ci rendono abili nel linguaggio non verbale. Durante l’interazione con i propri cavalli, molti cavalieri fanno un uso improprio delle parole (verbosità), facendo dei veri e propri monologhi fini a se stessi.

4_ ESSERE APERTI ALLA CONOSCENZA: avere una mentalità corretta fa la differenza. L’approccio da parte di chiunque, dal neofita al professionista, dovrebbe essere quello di “non volere mai smettere di imparare”. La conoscenza, l’affidarsi alla scienza e al buono studio, permettono di incrementare la nostra formazione e migliorare la performance relazionale. Non dobbiamo quindi solo limitarci alla tecnica equestre, ma dobbiamo addentrarci nello studio del comportamento, della psicologia (equina), nonché dei meccanismi di apprendimento e gestione delle emozioni, che risultano essere fondamentali in fase di lavoro.

5_ AVERE UNA BUONA CAPACITA’ DI GESTIONE DELLE EMOZIONI: essere capaci di gestire le proprie emozioni non significa non provarle! Tutti abbiamo paura, ma non tutti sanno come gestirla. Questa è la sostanziale differenza che in ambito relazionale ci porta ad avere più o meno successo. Provare emozioni, accettarle (qualunque esse siano), evitando di fare “proiezioni”, ci aiuta ad utilizzare le nostre emozioni in modo vincente e ad agire in maniera più funzionale nelle situazioni.

6_ CREATIVITA’ SENZA L’USO DI METODI COERCITIVI: un bravo cavaliere è colui al quale il partner equino si affida, in armonia e con collaborazione. La collaborazione non si ottiene infliggendo dolore o con la forza, quella è sottomissione, è ben altra cosa! Non reputo un bravo cavaliere chi, utilizzando i peggio aiuti o finimenti, porta a termine una gara o riesce a portare in passeggiata proprio quel cavallo che non ne voleva sapere! Trovo, invece, un bravo partner umano chi ricerca delle strategie intelligenti per risolvere i problemi che si presentano, chi si mette in gioco e in discussione, chi con fatica e con il tempo ottiene risultati di accettazione e approvazione da parte del proprio cavallo, là dove c’erano rifiuti e negazioni.

© Elena Cammilletti

MODIFICHE NEL COMPORTAMENTO. IL TUO CAVALLO DORME?

A volte per problemi di spazio, nuovi arrivi in struttura o più semplicemente per facilitare la gestione dei nostri cavalli, dobbiamo cambiare le loro abitudini spostandoli di box e/o paddock.

Spostare da un box all’altro un cavallo è per noi una cosa molto semplice e, molte volte, non ha conseguenze evidenti sul suo comportamento, ma ci sono sempre delle eccezioni.

Il cavallo è un animale che necessita di adattarsi all’ambiente in cui vive, di creare legami sociali stabili e abitudini quotidiane. Riconosce i ritmi di scuderia, le persone e i loro movimenti. È un abile osservatore dei dettagli e noterà con estrema sensibilità le più piccole variazioni. Tutto ciò che cambia nell’ambiente e nelle abitudini lo porterà a sviluppare, sia a livello cognitivo che emotivo, nuovi schemi adattivi. Quando un cavallo cambia ambiente o più semplicemente viene spostato da un box all’altro all’interno della stessa scuderia, dovrà abituarsi ed adattarsi al nuovo spazio che presenterà sicuramente delle differenze. Pensiamo anche ai cavalli che viaggiano per fare concorsi: il passaggio da una scuderia all’altra, il cambio di odori, rumori, suoni e abitudini richiederà un grosso sforzo adattivo.

Una delle possibili conseguenze è che il cavallo, a causa di una difficoltà di adattamento al nuovo spazio, mantenga un constante stato di allerta compromettendo così il tempo necessario al riposo. La mancanza di riposo ed un costante stato di ipervigilanza possono influire negativamente sulla performance del nostro cavallo, nonché sul suo comportamento e sul suo stato di salute.

Il cavallo è per natura una preda, il che lo porta necessariamente a mantenere uno stato di allerta persistente qualora si senta in pericolo o percepisca una minaccia. L’ipervigilanza è un meccanismo fisiologico comune a tutti gli animali, uomo compreso, che richiede molta energia e per il quale mente e corpo si preparano ad affrontare una situazione pericolosa. Un cavallo che è in allerta utilizzerà tutti i sensi per analizzare gli stimoli ambientali e sarà pronto alla fuga o al combattimento (fight or fligh).

animal head mane horse

Il riposo (che comprende l’ozio, il sopore e il sonno) rientra tra le necessità fisiologiche del cavallo al pari di alimentarsi, bere, muoversi, socializzare e riprodursi.

Secondo gli studi riportati da J.Bertone i cavalli hanno, come noi esseri umani, una fase di sonno molto leggera (circa 2 ore) nella quale il cavallo resta in piedi mettendo il peso su tre arti e lasciando a riposo uno dei due posteriori, una fase di sonno leggero (circa 3 ore, tipica e facilmente visibile nei puledri) dove si sdraia su un fianco, e una fase di sonno profondo (REM, circa 1 ora) dove il cavallo è completamente sdraiato anche con la testa.

Nella fase REM i muscoli perdono tonicità, si ha un abbassamento del battito cardiaco, degli atti respiratori e il cavallo perde in un certo senso contatto con l’ambiente circostante, non rispondendo agli stimoli proveniente dall’esterno.

I motivi per cui un cavallo non riposa e/o dorme possono essere:

  • Mancato adattamento all’ambiente
  • Isolamento dai suoi simili
  • Formazione di nuove gerarchie/dominanze
  • Cambi ambientali
  • Presenza di nuovi stimoli esterni
  • Dolore fisico
  • Mancanza di comodità
  • Scarsità di risorse

Mancato adattamento all’ambiente

Il cambio repentino e/o necessario di scuderia/box/ paddock, come detto in precedenza, possono essere motivo di ipervigilanza e quindi, di privazione del sonno. Il tempo permetterà al cavallo di abituarsi al nuovo ambiente e di ridurre così lo stato di allerta.

Isolamento dai suoi simili

Il cavallo è un animale da branco, necessità dei suoi compagni per sopravvivere, adattarsi all’ambiente, imparare le regole sociali, alimentarsi, riprodursi, ma anche per riposare! Allo stato brado, ma non solo, i cavalli riposano facendo “a turno”. Ci sono infatti delle sentinelle che rimangono sveglie per avvisare il branco in caso di pericolo, mentre altri riposano e/o dormono. Grazie alla fiducia interposta nei suoi compagni, il cavallo potrà così raggiungere la fase REM, una fase assolutamente necessaria per ricaricare le energie.

Formazione di nuove gerarchie/dominanza

Se introdotto in un nuovo branco, il nostro cavallo dovrà consumare energie per trovare una posizione all’interno di una gerarchia già stabilita. Per fare questo, spesso si privano della fase del sonno per dimostrare al branco di essere in grado di vigilare e di proteggerli da eventuali minacce.

Cambi ambientali

Immaginiamo che tra il nostro partner equino e la campagna vi fosse una struttura (gazebo, box, ecc.) ed improvvisamente questa venga smantellata. Il cavallo verrà così esposto maggiormente alla campagna e, in presenza di animali e/o rumori, intensificherà il suo stato di allerta, cosa che magari prima non faceva.

Presenza di nuovi stimoli esterni

Per facilitare il sonno dei nostri cavalli, è importante che durante la notte la scuderia non resti sempre illuminata ed è necessario limitare il più possibile rumori e suoni. Evitiamo di disturbarlo in continuazione nel box.

Dolore fisico e mancanza di comodità

Un dolore fisico che impedisce al cavallo di sdraiarsi lo priva della fase di sonno profondo, così come spazi troppo stretti, lettiere inesistenti, terreni troppo sassosi. Durante il giorno prestiamo attenzione se il cavallo si sdraia o più semplicemente si rotola. Questo è un dato importante che ci aiuterà a capire se il nostro cavallo si sente a suo agio nell’ambiente dove si trova.

Scarsità di risorse

La mancanza di risorse alimentari porta il cavallo a ridurre le ore di riposo. La necessità di trovare risorse per sopravvivere è più importante. Al contrario delle stagioni invernali, in primavera e in estate, salvo periodi di forte siccità, i terreni risultano essere più rigogliosi e la vegetazione più fitta. Il caldo e la presenza di insetti, porta il cavallo a prediligere il risparmio energetico dedicando più ore al riposo.

© Elena Cammilletti

EDUCAZIONE, ADDESTRAMENTO, RIEDUCAZIONE: CHE CONFUSIONE!!

Chi è nel mondo dei cavalli, o degli animali in generale, avrà sicuramente sentito parlare di “educazione”, “addestramento” e “rieducazione”. Termini spesso utilizzati in maniera approssimativa, come sinonimi, che in realtà indicano specifiche e differenti attività. C’è differenza, quindi, tra educare un cavallo ed addestrarlo, abissale poi è la differenza che c’è tra educarlo/ addestrarlo e ri-educarlo. La difficoltà resta per i proprietari di cavalli che, di fronte a specifiche esigenze, non sanno a quale figura professionale rivolgersi.

Vediamo di capire insieme cosa indicano queste tre parole ed impariamo a contestualizzarle correttamente.

person s hand on white horse s face

Educazione

Presupponendo che, al di là dei comportamenti innati, un puledro alla nascita non ha esperienze, l’educazione è fondamentale ed assolutamente necessaria per permettere all’animale di sviluppare abilità utili ad adattarsi meglio all’ambiente dove vive e a creare relazioni interspecifiche (se si tratta di regole dettate dall’uomo) o intraspecifiche (se le regole sono dettate da conspecifici) corrette.

Il termine “educare”/ “educazione” deriva dal latino “ex ducere”, che significa “tirare fuori” una potenzialità/abilità. Si può educare quindi un animale alle regole sociali e relazionali, utili a favorire la comunicazione e la convivenza anche con individui di specie diversa. L’educazione è un processo in rapida evoluzione, nella quale non esistono parametri fissi e immutabili. Se fattori interni (età, sviluppo, esperienze) e fattori esterni (ambiente, cambio del partner umano, cambio di partner equino, ecc) cambiano, si modificheranno anche le regole educative fino ad allora stabilite e i comportamenti dovranno così adattarsi alle nuove richieste. 

Considerando che oggigiorno, nella maggior parte dei casi, il cavallo è un animale domestico perché inserito in un ambiente “umano”, costruito/pensato e gestito da esseri umani, nella quale la loro presenza è preponderante, è assolutamente indispensabile che venga educato correttamente affinché possa adattarsi meglio all’ambiente dove vive, limitando così la possibilità che manifesti problemi comportamentali.

Addestramento

Addestrare significa invece “rendere destro”, rendere un animale capace di compiere una determinata azione. Migliorare cioè le sue doti innate e specifiche a scopi amatoriali, sportivi, ecc.

L’addestramento è utile ad ottenere una performance. In questa fase si insegna al cavallo uno specifico compito, modellato secondo le nostre esigenze. L’addestramento può iniziare solo quando il puledro ha raggiunto una certo sviluppo psico-fisico, mentre l’educazione prima inizia meglio è! Trovo che comunque l’addestramento, sviluppato con metodo ed esercizi specifici, sia assolutamente utile. Immaginiamo di dover insegnare al nostro cavallo di salire su una pedana che bascula. Grazie a questo esercizio appreso il cavallo avrà la possibilità di migliorare abilità innate che in questo caso saranno abilità legate alla locomozione (equilibrio, coordinazione, ecc.). Non dimentichiamoci che il cavallo è una preda e per lui migliorare e sviluppare abilità significa garantirsi la sua sopravvivenza.

Relazione con l’uomo: educazione o addestramento?

Per avere una relazione sana e condividere serenamente spazi e momenti con il nostro cavallo, non è quindi indispensabile che sia “addestrato”, ma bensì che sia educato. Un cavallo correttamente educato vivrà la relazione con l’uomo serenamente, nel rispetto delle regole sociali e senza manifestare comportamenti deviati. Prima di correre alla ricerca del risultato da un punto di vista della performance è importante, quindi, dedicare il nostro tempo all’educazione dell’animale. Se ben educato, migliore saranno anche le risposte in addestramento. L’addestramento è metodo, l’educazione è un insieme di convenzioni. È pur vero però, che in molti casi educazione ed addestramento viaggiano di pari passo.

Rieducazione

L’azione di rieducare un cavallo significa “ri-tirare fuori” potenzialità e abilità perse o modificate. Significa, quindi, correggere comportamenti e azioni, ormai patologiche, sviluppate a causa, solitamente, di ambienti inadatti, o da cattiva gestione, da traumi, ecc. Ambiente e comportamento sono strettamente collegati tra loro. Un cavallo che vive in un ambiente che non appaga le sue esigenze fisiologiche e che non ha relazioni sane, molto probabilmente svilupperà comportamenti che andranno a ledere al suo benessere psico-fisico. La rieducazione si avvale di un ambiente etologicamente corretto, di un metodo individuale composto da esercizi specifici, ma soprattutto della comprensione del comportamento e dello stato emotivo del soggetto.

Le figure professionali: a quali rivolgersi e perché

Nel mondo equestre, a differenza degli altri campi, non esistono chiare e nette distinzioni e ruoli professionali. Ci sono gli istruttori e tecnici, gli addestratori, gli educatori (anche se è un termine poco usato nell’equitazione, più diffuso nella cinofilia) e i rieducatori. A queste figure professionali, si aggiunge la parola “comportamentista” quando la persona, per studi e formazione, conosce e riconosce i problemi comportamentali. Spesso gli istruttori e tecnici svolgono anche la funzione di addestratori e, spesso, chi si occupa dell’educazione dei cavalli fa anche lo step successivo dell’addestramento, e così via. In base all’esperienza e alla formazione è chiaro che una persona può rivestire più ruoli ed avere diverse competenze.

Quando si hanno problemi nella gestione e nella relazione con il proprio partner, e opportuno quindi rivolgersi ad un educatore: colui cioè in grado di aiutare il cavallo a sviluppare abilità cognitive, emotive e motorie utili ad adattarsi all’ambiente e volte a migliorare il rapporto con il proprio partner umano.

Se, per esempio, si vuole imparare a montare il cavallo nelle tre andature, ci si dovrà rivolgere ad un istruttore (colui che è in grado di formare cavalieri ed è abilitato ad insegnare l’arte equestre).

Se volessimo insegnare al cavallo una particolare disciplina dovremo rivolgerci ad un addestratore.

Se, invece, il cavallo manifesta comportamenti deviati si farà rifermento ad un rieducatore (colui che è in grado di recuperare cavalli che mostrano comportamenti patologici).

Fatta un po’ di chiarezza sulle terminologie e sulle varie figure professionali mi auguro, per il bene dei cavalli, che con il tempo si formino sempre più educatori ed addestratori competenti e che ci sia sempre meno bisogno dei rieducatori.

© Elena Cammilletti

FAI UN BEL RESPIRO PROFONDO!

L’equitazione è uno sport che prevede l’interazione tra due soggetti, cavallo e uomo, appartenenti a specie diverse. Conoscere il cavallo da un punto di vista etologico, quindi capire il suo comportamento, capire ed imparare il suo linguaggio, comprendere il suo stato emotivo, ci permette di avere più padronanza nella gestione delle situazioni che potremmo dover affrontare, così come conoscere noi stessi, il nostro corpo e il nostro modo di reagire. Spesso si sottovaluta l’importanza del training autogeno (auto distensione mente-corpo), nonché la capacità di controllo del proprio stato emotivo quando veniamo esposti a situazioni di stress.  

Riuscire a controllare le emozioni quando si interagisce con un cavallo è uno dei requisiti fondamentali che un cavaliere dovrebbe sviluppare per poter ottenere una buona performance, tanto più per instaurare una corretta relazione con il proprio partner equino e riuscire a gestire al meglio gli imprevisti che potremmo dover affrontare.

Le emozioni influiscono sul nostro modo di agire e spesso non ci permettono di interpretare nel giusto modo alcune risposte e/o comportamenti manifestati dal cavallo.

Le reazioni che potremmo avere di fronte a una situazione di stress potrebbero essere molteplici, ma quando paura e ansia prendono il sopravvento, a subire un cambiamento sono anche le nostre risposte fisiologiche: ci sarà infatti un aumento del battito cardiaco, degli atti respiratori, una maggiore produzione di sudore, una maggiore rigidità muscolare, ecc.

Studi recenti dimostrano che i cavalli, grazie a queste risposte fisiologiche che il nostro corpo manda, sono in grado di percepire la paura nei loro partner umani, ma è ancora presto per sostenere che questa influenzi totalmente il loro comportamento. Certo che, con soggetti molto ansiosi, è necessario che il cavaliere riesca a mantenere un atteggiamento più tranquillo possibile, in modo da essere più chiaro e preciso nella comunicazione.

L’atteggiamento mentale con cui affrontiamo una lezione di equitazione o, più in generale, un problema che potrebbe manifestarsi con il nostro cavallo fa la differenza.

L’atteggiamento mentale con cui ci relazioniamo al cavallo, fa la differenza

Ci sarà capitato di vedere cavalli cambiare comportamento e attitudine in base al cavaliere con cui entrano in relazione: oltre alla bravura tecnica e comunicativa che potrebbe incidere molto sul risultato, anche l’atteggiamento mentale con cui si affrontano le situazioni ha la sua rilevanza.

Se ci convinciamo che il nostro cavallo con noi fa sempre una determinata cosa (per es. rampare) e ci fossilizziamo solo sulla possibilità che quel comportamento si manifesti, sarà molto probabile che tale comportamento verrà manifestato con più frequenza.

Conoscere la paura per imparare a gestirla

La paura è un’emozione primaria legata all’istinto di sopravvivenza che, se non gestita correttamente, potrebbe metterci in situazioni di maggiore pericolo, aumentando così la probabilità di incidente. La paura, e l’ansia che ne deriva, ha molteplici origini e non sempre riusciamo a capire cosa esattamente ci provoca questo stato d’animo.

Accettarla e prendere consapevolezza che è normale avere paura, è un primo passo per superarla. C’è una frase che dovremmo tutti fare nostra “il coraggio è fatto di paura”.

Ognuno di noi ha qualcosa che lo spaventa, che lo blocca o che lo rende vulnerabile. Questo avviene in tutte le specie animali.

È importante, però, capire come reagiamo in condizioni di forte stress e qualora fossimo soggetti che si bloccano o che perdono totalmente il controllo di se stessi, dobbiamo acquisire abilità e consapevolezza di quello che possiamo fare e siamo in grado di fare, “allenando” così il nostro corpo e la nostra mente a mantenere la calma anche sotto pressione.

Se, per esempio, il nostro cavallo scarta improvvisamente e ci parte al galoppo in campo aperto è inevitabile che ci potremmo spaventare, ma la differenza sta nel come immediatamente reagiamo alla cosa. Ricordiamoci però che la sicurezza è indispensabile: non dovremmo mai metterci nella condizione di non essere preparati ad affrontare determinate situazioni.

Quando ansia e paura derivano da un trauma

Per chi pratica equitazione e/o è a contatto con i cavalli gli sarà certamente capitato di cadere o di farsi accidentalmente male. Il rischio è da mettere in conto.

Ci sono però delle cadute o degli episodi che lasciano il segno, soprattutto emotivo, influenzando poi il nostro modo di interagire con i cavalli.

Con i giusti tempi e facendoci aiutare dai giusti professionisti (e in questi rientrano anche e soprattutto i cavalli), tutto si supera.

Cerchiamo di non focalizzare l’attenzione solo su ciò che è avvenuto, ma pensiamo invece al percorso che abbiamo fatto, ricordandoci quali sono i nostri punti di forza. Ricominciamo il prima possibile l’attività: mettere il corpo “in movimento” libera le endorfine, ci permette di scaricare l’adrenalina e liberare la mente.

Mente libera e analisi razionale della situazione

Restare nel “qui ed ora”, quando si lavora con i cavalli, è molto importante. La nostra mente dovrà essere perciò sgombra da qualsiasi pensiero e/o preoccupazione. Cerchiamo di focalizzare la nostra attenzione solo ed esclusivamente sul momento presente, attivando i nostri sensi per un’analisi più concreta dell’ambiente. Cerchiamo di cogliere i dettagli e i segnali che ci manda il nostro cavallo, in modo da essere soggetti attivi nella comunicazione. Riuscire ad elaborare in maniera corretta l’atteggiamento del cavallo e l’ambiente che ci circonda, ci darà la possibilità di prevenire situazione sgradevoli.

Conoscere i propri limiti

Dobbiamo essere onesti con noi stessi e capire cosa realmente siamo in grado di fare. Se è da poco tempo che pratichiamo equitazione, dobbiamo prima pensare ad imparare molto bene la base in luoghi contenuti e poi salire di difficoltà, magari andando in campagna o montando cavalli un po’ più giovani.

Ognuno di noi ha una propria personalità, un suo modo di agire e reagire, le sue fragilità e i suoi punti di forza. Questo vale non solo per noi, ma anche per i nostri cavalli.

È importante comprendere che, per ottenere dei buoni risultati, non dobbiamo affrettare i tempi. Il tempo, gestito nella maniera corretta, permetterà a noi e al nostro cavallo di costruire un rapporto basato sulla fiducia, sulla comprensione reciproca e sulla collaborazione.

La respirazione

La respirazione, se saputa usare nella maniera corretta, è una nostra grandissima alleata nel controllo delle emozioni. Per riportare le funzioni fisiologiche in uno stato normale è importante saper respirare, se necessario, con il diaframma.

Solitamente tendiamo a respirare gonfiando il torace, zona che contiene organi come cuore e, ovviamente, i polmoni che in caso di ansia vengono già sovra-stimolati. Portare la respirazione verso il basso, quindi verso l’addome, ci permetterà di decongestionare il torace e gli organi annessi, riportandoci a uno stato di calma.

ESERCIZIO IN SELLA

Per migliorare la capacità di controllo della respirazione sotto stress, “impariamo” a respirare in maniera performante in una situazione di assoluta tranquillità. Cerchiamo un luogo di lavoro dove, sia noi che il nostro cavallo, riusciamo a sentirci a proprio agio e nella quale non vi siano stimoli nuovi. Bene, saliamo in sella al nostro partner equino e facciamo subito 3 respiri profondi. Liberiamo la testa da qualsiasi pensiero.

Ora chiediamo al nostro cavallo di partire al passo. Lasciamo le redini lunghe e, nel mentre, mettiamo una mano sull’addome. Cerchiamo di inspirare spingendo la pancia verso la mano e poi espiriamo. Noteremo che man mano che il nostro respiro si regolarizza il nostro corpo e i nostri muscoli si rilasseranno.

Avete notato anche qualche cambiamento nel cavallo? Ha forse disteso l’incollatura?

Come noterete gli effetti saranno immediati. Continuate ad esercitarvi anche in andature superiori, in modo da ricorrere alla respirazione diaframmatica ogni qualvolta sarete messi sotto pressione.

© Elena Cammilletti

CAVALLO: ANIMALE DOMESTICO. CONOSCIAMO LE SUE REALI ESIGENZE FISIOLOGICHE?

Quando, in relazione ad un animale, si utilizza il termine “domestico” si fa riferimento a quel processo (domesticazione) mediante il quale un’ intera specie animale si è adattata alla convivenza con l’uomo (“vivere in cattività”), modificando le caratteristiche genetiche e comportamentali, attraverso generazioni e generazioni, come risultato dell’ adattamento ai cambiamenti ambientali, spesso repentini.

Al contrario, quando parliamo di “addomesticazione” non si fa riferimento all’intera specie animale, che resta selvatica, ma ai singoli soggetti resi mansueti ed obbedienti all’uomo (leone, tigre, falco, ecc.).

Il cavallo è considerato un animale domestico, in quanto l’intera specie Equus Caballus è stata domesticata.

La tigre che si trova negli spettacoli, per esempio, é un animale addomesticato, in quanto la specie Panthera Tigris non è mai stata soggetta al processo di domesticazione.

La domesticazione del cavallo è avvenuta intorno al 5-4mila a.C., circa 10 mila anni dopo quella del cane. La tardività con cui venne addomesticato il cavallo (inteso come processo di domesticazione) lo rende, oggi, molto simile ai suoi antenati nelle caratteristiche morfologiche e genetiche.

L’unica specie sopravvissuta ed ancora oggi presente nel parco nazionale di Hustajn Nuruu é l’ Equus ferus przewalskii (il cavallo selvatico delle steppe mongoliche, vedi foto),

Se si studia attentamente la filogenesi equina (processo evolutivo della specie) vedremo che il cavallo é un animale in grado di adattarsi molto bene ai cambi ambientali e agli stress evolutivi. Nel corso dell’evoluzione i suoi antenati, infatti, sono stati sottoposti ad importanti cambi del territorio, delle risorse alimentari ( da foreste ricche di fitta vegetazione a steppe e praterie) e sottoposti a continue predazione (da parte anche dell’uomo), ma nonostante questo sono riusciti ad adattarsi all’ambiente e a sopravvivere.

Studi riportano che il cavallo poté sopravvivere all’estinzione grazie al processo di domesticazione, nonché grazie alla sua grande capacità di adattarsi alla vita in cattività.

Ma cosa ha reso possibile la domesticazione dei cavalli rispetto ad altri animali?

Un animale, secondo J. Diamond, per poter essere domesticato, oltre ad avere la capacità di sopportare un “stress evolutivo”, deve avere i seguenti requisiti:

  • Dieta flessibile: essendo un erbivoro, capace di digerire diverse fonti di cibo, le risorse alimentari indispensabili per la sua sopravvivenza sono più facilmente reperibili e meno dispendiose nella gestione del suddetto animale in cattività
  • Tasso di crescita veloce: il cavallo, rispetto ad altri grossi mammiferi e rispetto anche all’ uomo, ha una maturazione più precoce e veloce (a due anni raggiunge già la pubertà)
  • Gerarchia sociale modificabile: i cavalli riescono a creare gerarchie sociali (basate su dominanza, subordinazione e leadership) anche interspecifiche ( vedi con l’ uomo)
  • Buon carattere: esclusi particolari soggetti (che rientrano però nella singolarità, nonché eccezione), il cavallo è un animale di buon carattere, non particolarmente aggressivo, mansueto anche nei confronti dell’uomo
  • Temperamento che renda facile il controllo del panico o fuga: la fuga è la principale strategia di difesa che il cavallo mette in atto, essendo una preda ed avendo una struttura fisica che gli permette di correre molto velocemente. Essendo anche un animale sociale, tenderà ad adattare le sue reazioni per il bene comune.

“È più facile gestire un elemento se ad essere gestito è l’intero branco”

  • Adattamento alla vita in cattività: questo fattore è principalmente legato al successo riproduttivo anche in un contesto non naturale. In questo si sa, che il cavallo é in grado di riprodursi anche mediante inseminazione artificiale e in un ambiente che non soddisfa le sue esigenze fisiologiche ed etologiche.

L’ereditarietà delle esigenze fisiologiche allo stato domestico

Il cavallo “domestico” ha caratteristiche genetiche, fisiologiche, ma soprattutto comportamentali differenti dai suoi antenati.

Ci sono però alcune caratteristiche, che chiameremo “ESIGENZE FISIOLOGICHE”, che sono rimaste in un certo senso invariate:

  1. Esigenza fiosiologica di nutrirsi (di pascolare) e abbeverarsi: come ogni essere vivente necessità di bere ed alimentarsi quotidianamente in maniera adeguata al fine di soddisfare il suo fabbisogno giornaliero. In natura il cavallo bruca dalle 16 alle 18 ore al giorno.
  2. Esigenza fisiologica di movimentazione: il cavallo in natura percorre diversi km al giorno, i suoi apparati (digerente, locomotorio, ecc) “funzionano bene” se viene soddisfatta questa sua esigenza fisiologica primaria.
  3. Esigenza fisiologica di socializzazione: il cavallo è un animale fortemente sociale, necessità perciò di interagire e socializzare con conspecifici (individui appartenenti alla stessa specie).
  4. Esigenza fisiologica di riprodursi: meno evidente allo stato domestico se si ricorre alla castrazione, ma molti atteggiamenti agonistici manifestati dagli stalloni, derivano dal senso di frustazione legato all’impossibilità di soddisfare questa esigenza.
  5. Esigenza fisiologica di sviluppare abilità cognitive, motorie ed emotive utili ad evolversi e sopravvivere: l’ambiente in cui vive il cavallo deve essere etologicamente stimolante.

Al fine di tutelare il benessere psico-fisico del cavallo domestico, le 5 principali esigenze fisiologiche devono essere soddisfatte quotidianamente.

© Elena Cammilletti

CIRCLING STALL: ANOMALIE DELLA STABULAZIONE IN BOX

Buongiorno Elena, mi chiamo Luca e ho un cavallo di 8 anni da qualche mese. Riesco ad andare in scuderia solo 2-3 giorni a settimana. Prima che diventasse il mio cavallo, era scuderizzato in un posto dove al giorno veniva messo a paddock e ritirato per la notte. Ora, invece, è stabulato in box tutto il giorno e ho notato che cammina spesso in circolo nella stessa direzione, arrivando anche a sudare. Nella gestione precedente questo tipo di comportamento non lo aveva mai manifestato. Escludendo, a seguito di valutazioni, problematiche fisiche, secondo lei perché si comporta così?
Salve Luca. I motivi per cui il suo cavallo manifesta questo comportamento stereotipato (ovvero un comportamento compiuto in maniera continua e ripetitiva) possono essere diversi. Studi recenti hanno evidenziato che alcuni comportamenti, in alcune razze, sono dati da un fattore ereditario. Inoltre, le tecniche di svezzamento, una gestione che non soddisfa le esigenze fisiologiche del cavallo, il cambio di ambiente ed abitudini, l’inattività e la noia, possono influire sullo sviluppo di tali comportamenti.
Nel caso del suo cavallo l’atto di camminare in maniera continuativa ed in circolo (circling stall) nel box, sembra sia la manifestazione di un mancato soddisfacimento di una delle primarie esigenze fisiologiche, quella di pascolare, nonché la mancanza di spazio e il cambio di abitudini.
Il cavallo è un animale migratorio che allo stato brado è solito percorrere diversi km durante il giorno. Abituato in una gestione che prevedeva la messa a paddock quotidiana, con magari la possibilità di socializzare con i suoi simili, ora la stabulazione h24 nel box per diversi giorni consecutivi, lo porta a vivere in uno stato di frustrazione che manifesta con questo comportamento stereotipato.
A lungo andare il “camminare nel box”, soprattutto se nella stessa direzione, può causargli ipertensione ai muscoli di un lato della schiena e quelli del lato opposto subiscono invece un’atrofizzazione.
Visto che il comportamento si manifesta da poco tempo, le consiglio di trovare subito una soluzione più idonea al suo partner equino. È probabile che così facendo, dandogli cioè la possibilità di stare a paddock, avvenga una cessione spontanea o una netta diminuzione di questo comportamento.

©Elena Cammilletti